ELEMENTI SULLA PREPARAZIONE ATLETICA E SULLA PROGRAMMAZIONE DELL’ALLENAMENTO NEL CALCIO

ELEMENTI SULLA PREPARAZIONE ATLETICA GENERALE E SULLA PROGRAMMAZIONE DELL’ALLENAMENTO  NEL CALCIO:

1-L’ALLENAMENTO:
“L’allenamento è un processo pedagogico educativo continuo che si concretizza nella organizzazione dell’esercizio fisico ripetuto in qualità, quantità ed intensità tali da produrre carichi progressivamente crescenti che stimolino i processi fisiologici di supercompensazione dell’organismo e che favoriscano il progredire delle capacità  tecnico, tattiche, psicologiche e fisiche dell’atleta al fine di esaltarne e consolidarne il rendimento in gara.” (C.Vittori).
Dunque l’allenamento può essere considerato come un insieme di tecniche che consentono all’individuo di sviluppare il suo potenziale apprendendo corretti comportamenti e gestualità.
L’allenamento infatti provoca sempre cambiamenti dell’organismo al fine di raggiungere prestazioni fisiche migliori. I cambiamenti possono essere di vario tipo: anatomico, ultrastrutturale, biochimico e soprattutto funzionale.  Oltre a cambiamenti l’allenamento fisico produce adattamenti.
L’organismo umano deve mantenere equilibrio al suo interno e nei confronti della realtà, questo equilibrio si chiama omeostasi. E’ evidente che l’allenamento provoca stress all’organismo, stress che si manifesta con lo stimolo allenante. Più lo stress è duraturo ed intenso più l’organismo umano, per ricercare una nuova situazione di omeostasi, dovrà andare incontro a modificazioni morfo-funzionali. Queste modificazioni sono definite, appunto, adattamenti. L’allenabilità è dunque la capacità dell’individuo di adattarsi ai vari carichi di lavoro, ossia all’allenamento proposto.


Quanto detto ci consente di affermare che l’obiettivo dell’allenamento è quello di stressare l’organismo al fine di provocarne un miglioramento. Cosa avviene quando tale situazione di stress (ossia lo stimolo allenante) si verifica?  La prima reazione è quella di adattarsi a tale stimolo, se lo stimolo allenante è corretto si verifica la supercompensazione. La supercompensazione è quindi l’immediata risposta all’alterata omeostasi che l’organismo pone in essere per migliorare il successivo livello di prestazione. Pertanto il metabolismo e le varie strutture del corpo, durante la supercompensazione, superano per un breve tempo lo stato iniziale migliorando le capacità prestative.
Tale processo dipende dalla correttezza degli stimoli, se essi sono equilibrati in qualità/quantità/intensità allora questo processo potrà aver luogo, viceversa si creerà un deterioramento delle successive prestazioni.
Affinché questo processo si verifichi sarà necessario predisporre sempre l’allenamento successivo al culmine del periodo di esaltazione, cioè quando la supercompensazione è massima. Se invece gli allenamenti sono troppo distanti tra loro, oppure troppo vicini per la stessa quantità e qualità di stimoli fisici si avrà luogo ad una supercompensazione negativa.


Il carico di allenamento è la somma del lavoro richiesto all’atleta. E’ dunque l’insieme delle sollecitazioni funzionali provocate dal lavoro in un determinato periodo.
Può essere:
-Interno: è la somma degli stress che subisce l’organismo sottoposto a carico esterno, è strettamente soggettivo.
-Esterno:
quantificazione oggettiva dei mezzi utilizzati nell’allenamento (km percorsi, velocità, tempi di recupero, distanza)
Il carico di allenamento deve obbligatoriamente tenere conto dei seguenti parametri:
1-Intensità: è la grandezza/forza dello stimolo.
2-Durata:
è il tempo per cui viene proposto uno stimolo.
3-Densità:
è il rapporto tra le fasi di sviluppo e recupero.
4-Volume:
è un adeguato numero ed una adeguata durata degli stimoli.
5-Frequenza:
è il giusto numero di allenamenti settimanali.

A mio avviso l’equazione matematica che quantifica il carico di allenamento è così rappresentata: carico di allenamento=intensità dello stimolo x qualità dello stimolo.
L’intensità infatti è un parametro fondamentale, il fulcro di ogni tipo di allenamento.
Tale importantissimo parametro può essere valutato soggettivamente o, per una impeccabile precisione, catalogando le intensità relative. Si andranno a misurare parametri come la frequenza cardiaca massima, la velocità aerobica massimale, la velocità di soglia anaerobica e la velocità record sulle distanze.

Ultimo metodo per stabilire se l’intensità desiderata è ottenuta con lo stimolo allenante è la scala di Borg.

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Concludendo il discorso sui carichi di allenamento è necessario analizzare le sei importanti regole che occorrono per organizzare un carico:
1-Principio della progressività: aumento graduale e progressivo del carico.
2-Principio della continuità:
continuità della frequenza degli allenamenti.
3-Principio della periodizzazione:
la periodizzazione del carico fisico dovrà dipendere dal tipo di concezione dell’allenamento: allenamento tradizionale, allenamento integrato o periodizzazione tattica.
4-Principio della variazione:
importantissimo variare per sollecitare determinati meccanismi di produzione energetica mentre altri sono in fase di supercompensazione.
5-Principio della successione razionale:
prevede il rispetto della gerarchizzazione dei carichi, coerente con l’obiettivo della seduta stessa.
6-Principio dell’efficacia:
il carico deve necessariamente raggiungere una certa qualità ed intensità.

 

E’ molto importante, infine, la definizione di mezzi di allenamento.
I mezzi di allenamento sono rappresentati dall’insieme degli esercizi fisici omogenei tra loro e si suddividono in tre categorie:
-esercitazioni di carattere generale: esercitazioni analitiche senza l’utilizzo del pallone volte al miglioramento di specifiche capacità condizionali
-esercitazioni di carattere speciale: esercitazioni che contengono alcuni elementi che si trovano in gara, rispettandone tempi e spazi.
-esercitazioni di gara: eseguiti sia globalmente che in frazioni complesse, sono simili alla gara ovvero ne simulano il contesto e le caratteristiche.

I mezzi di allenamento sono costituite dalle esercitazioni proposte durante l’allenamento. I mezzi sono diversi dai contenuti (o tipo di lavoro).

 

 

 

 

 

2-FONTI ENERGETICHE DEL LAVORO MUSCOLARE:
Tutti gli esseri viventi per muoversi hanno bisogno di energia. Tale energia viene ricavata con l’assunzione di alimenti e depositata in appositi spazi. Questa energia però non può essere utilizzata così come viene assunta, ma necessita di una trasformazione, di un processo biochimico che la trasforma da energia chimica in energia meccanica. Questa trasformazione è operata dal motore muscolare.
Il metabolismo energetico è la branca della fisiologia che studia questi processi. La sua conoscenza è fondamentale per allenatori e preparatori al fine di impostare gli allenamenti, di impostare i rapporti sviluppo-recupero e così via.

L’unica alta fonte energetica che si trova nelle cellule del tessuto muscolare è l’ATP(ADENOSINA TRI-FOSFATO). L’ATP, però, è rapidamente esauribile e dunque per continuare l’esercizio fisico più o meno intenso, il muscolo sovra ripristinare velocemente l’ATP man mano che viene utilizzato. Questo meccanismo di utilizzo e di riformazione prende il nome di risintesi di ATP.
Ovviamente il consumo e la risintesi di ATP hanno determinate velocità a seconda della intensità e della durata dell’esercizio fisico. Se la velocità di consumo è più veloce di quella di risintesi allora l’organismo dell’atleta andrà in fatica e dovrà fermarsi. Se le due velocità, di consumo e di risintesi, sono uguali allora lo sforzo potrà continuare.
L’ATP è una molecola a tre fosfati legati da alta energia. Con lo sforzo fisico una reazione chimica toglie un fosfato (P). Per la risintesi sarà necessario riattaccare un P attraverso la reazione ADP+P=ATP.  In questo modo si tornerà al livello energetico originario.
Questo processo di risintesi avviene attraverso tre diverse vie:
1-MECCANISMI AEROBICI:
avvengono in presenza di ossigeno. Durante la respirazione l’aria inalata è costituita per il 21% di ossigeno, parte di esso viene diffuso nel sangue e, attraverso il sistema cuore-polmoni, viene trasportato ad organi tessuti e muscoli.  Nei muscoli il sangue, scorrendo all’interno dei capillari, libera l’ossigeno che viene utilizzato dalle fibre muscolari.
I meccanismi aerobici si innescano quando viene svolta una attività che supera i  90’’-120’’. Prevede dunque la richiesta di ossigeno, fondamentale per ossidare i substrati energetici coinvolti: i lipidi ed i carboidrati endogeni (come il glicogeno che poi viene stoccato nel muscolo e nel fegato e successivamente idrolizzato in glucosio).
Ovviamente, durante l’attività fisica, il consumo è maggiore e cresce all’aumentare dell’intensità dell’esercizio. Tuttavia la capacità di trasporto e di utilizzazione dell’ossigeno è limitata e la quantità massima di O2 (VO2max) che il corpo può trasportare varia tra i 2 ed i 7 l/min.
Va ricordato che il glucosio utilizzato durante un esercizio muscolare dipende dai depositi di glicogeno che è immagazzinato nei muscoli (che contiene appunto il glucosio). A livello muscolare questo composto produrrà ATP, fondamentale per lo svolgimento di attività fisica.
L’ossidazione di acidi grassi e glucidi fornisce energia per prove di lunga durata ma non eccessivamente intense.  Le fibre che vengono stimolate in questo sistema sono le rosse, ossigenate e ben vascolarizzate.
A tal proposito, essi rappresentano una importante fonte energetica per esercizi di lunga durata e di intensità massima relativa (55-70% di VO2max).  Quando l’intensità del lavoro aumenta fino all’80% di VO2max si assiste ad un decadimento dell’energia presa da taci acidi grassi ed aumenta quella presa dai carboidrati: ciò esprime il cosiddetto “crossover point”.

2-MECCANISMI ANAEROBICI ALATTATICI: si innescano quando viene svolta una attività molto intensa e veloce, ma di breve durata in cui non vi è richiesta di ossigeno.
I substrati energetici coinvolti sono l’ATP e la fosfocreatina.
Tale fosfocreatina è una forma di riserva energetica alta e subito disponibile per essere rapidamente convertita in ATP, energia. I due principali meccaniscmi anaerobici alattacidi sono: 1-Sintesi di ATP da fosfocreatina: fondamentale nei primi 4’’-6’’ di esercizio massimale con il recupero delle scorte di fosfocreatina che avviene in mezzo minuto tramite meccanismo aerobico. 2-Sintesi di ATP da miochinasi

3-MECCANISMI ANAEROBICI LATTACIDI: si innescano, invece, dal 6’’al 60’’ di un esercizio muscolare, con l’inizio di un esercizio intenso.  In questi meccanismi non vi è richiesta di ossigeno, la produzione di energia può essere generata dalla scissione del glicogeno con conseguente formazione del lattato.  Parte di questo lattato prodotto viene rilasciata nel sangue, parte nel muscolo.

MECCANISMO

SUBSTRATO

METABOLITA

POTENZA MASSIMA

CAPACITA’ MASSIMA

AEROBICO

Gludici e lipidi

CO2+H2O

Bassa

Molto elevata

ANAEROBICO ALATTACIDO

Fosfocreatina

Creatina

Molto elevata

Molto bassa

ANAEROBICO LATTACIDO

Glicogeno

Lattato

Elevata

Bassa

Dopo aver spiegato questi meccanismi è necessario menzionare il concetto di deficit di ossigeno.Tale deficit si manifesta soprattutto nelle prime fasi dell’esercizio con l’aumentare della durata e dell’intensità. Questo aumento si ferma al raggiungimento del cosiddetto stato stazionario, in cui la velocità di sintesi di ATP è uguale alla velocità di risintesi dello stesso ATP.  Di conseguenza il deficit di ossigeno è l’energia speso all’inizio di un esercizio che non appare come consumo di ossigeno e che è fornita soprattutto dai meccanismi anaerobici, fondamentali nel calcio.
Dopo il raggiungimento dello stato stazionario, alla fine dell’esercizio, si assiste ad un naturale ripristino delle energie. La frequenza cardiaca e la ventilazione non tornano subito a livelli di riposo ma lentamente con andamento simmetrico rispetto all’inizio dell’esercizio. E’ in questo momento che il metabolismo aerobico è attivo per dar vita alla risintesi di ATP.  Vediamo dunque come, in un esercizio di qualsiasi durata ed intensità, intervengono tutti e tre i principali meccanismi di sintesi e risintesi di ATP.
Il consumo di ossigeno, però, può anche progressivamente aumentare con l’aumentare dell’intensità dell’esercizio fino a raggiungere il picco, definito VO2MAX o massima potenza aerobica, la cui unità di misura sono i litri di O2 al minuto. Altro parametro importante nel calcio è la velocità aerobica massima (VAM) che può essere mantenuta soltanto tra 10’’-150’’ oltre il raggiungimento di VO2MAX.

 

Altro concetto da approfondire secondo il “vocabolario fisico” è quello di soglia.
La soglia indica l’inizio o la fine del processo per cui, durante un esercizio, la concentrazione ematica del lattato aumenta al di sopra dei valori di riposo. Di conseguenza si intende un esercitazione od una attività la cui intensità o durata richiedono di passare dall’utilizzo dei meccanismi aerobici a quelli anaerobici, in cui vi è produzione di lattato.  Il lattato infatti viene accumulato sempre all’inizio di un esercizio ed ogni volta che se ne aumenta l’intensità. La sua concentrazione non aumenta fintanto che i meccanismi aerobici funzionano, smaltendolo. La concentrazione di lattato ematico, invece, aumenta anche dopo il termine dell’esercizio fino a raggiungere un picco, salvo poi scendere gradualmente nel tempo.
Ritornando al concetto di soglia ne prendiamo in esame due tipologie:
-Soglia aerobica: quando una esercitazione supera una determinata intensità (65% circa) si assiste ad un accumulo di lattato nel sangue. All’aumentare dell’intensità dell’esercitazione si assiste ad un incremento del lattato ematico.. Quando la latticidemia aumenta fino a 2mM si è in presenza della soglia aerobica, testimoniando il passaggio dal metabolismo aerobico a quello anaerobico (parziale).

-Soglia anaerobica:  ha luogo quando l’intensità dell’esercizio cresce a tal punto da far aumentare la concentrazione ematica del lattato oltre le 4mM.

 

Unendo i concetti di soglia e di massima potenza aerobica possiamo affermare un concetto importante. La massima potenza aerobica, VO2MAX, può essere utilizzata solo ed esclusivamente se tutte e tre le vie metaboliche sono impegnate massimamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3-MECCANISMI AEROBICI ED ANAEROBICI, COME ALLENARLI?
Abbiamo precedentemente spiegato cosa sono i meccanismi aerobici ed anaerobici, come funzionano ed a cosa servono.
Parlando di meccanismi aerobici ancora oggi alcuni studiosi sostengono che allenare in maniera massimale tali capacità non sia strettamente necessario. Per qualità aerobica si intende prevalentemente la resistenza, ossia la capacità di mantenere la prestazione il più costante possibile, sotto tutti i punti di vista.
A mio avviso l’allenamento delle capacità aerobiche non è fondamentale nel calcio, è fondamentale invece il suo corretto funzionamento per quanto riguarda le fasi di recupero e nella “prevenzione” di ulteriore sforzo.
Infatti chi ha un meccanismo aerobico sviluppato e funzionante paga molto più rapidamente il debito di ossigeno, ricostruisce più velocemente la fosfocreatina, produce meno lattato a parità di intensità degli sforzi compiuti ed infine elimina e smaltisce più velocemente il lattato dal sangue.

Sempre a proposito di componenti aerobiche possiamo distinguerle in:
-Centrali: ci si riferisce all’apporto di ossigeno ai muscoli. Dall’aria, grazie alle inspirazioni, l’ossigeno arriva fino agli alveoli polmonari.
Dagli alveoli polmonari entra nel sangue e si lega all’emoglobina che è contenuta nei globuli rossi.
Dal sistema pompa cuore-polmoni arrivano in più parti del corpo, precisamente ai muscoli nei mitocondri, dove viene prodotto ATP.
Per allenare tali componenti sarà necessario migliorare la pompa cuore-polmoni, dunque ponendo stimoli che si basino sul concetto di intensità per l’aumento della frequenza cardiaca, o meglio ancora un aumento progressivo di tale frequenza.

-Periferiche: ci si riferisce ai processi che permettono l’utilizzo dell’ossigeno “mitocondriale” ai fini della sintesi di nuovo ATP. In particolare è necessaria una importante capillarizzazione attorno a ciascuna fibra che le fa lavorare nel modo corretto. In questo sistema sono rilevanti le azioni della mioglobina che trasporta ossigeno dalla periferia ai muscoli e viceversa e degli enzimi mitocondriali che fanno avvenire la combustione del glucosio e degli acidi grassi che serve per fabbricare ATP.
Tali componenti periferiche si allenano aumentando il numero dei mitocondri. Come è possibile farlo? E’ possibile strutturando esercitazioni la cui intensità e velocità arrivi molto vicina alla soglia anaerobica.

 

 

Quanto abbiamo detto, infatti, è così riassumibile:
L’obiettivo dell’allenamento aerobico è migliorare la capacità del sistema cardiovascolare di trasportare l’O2 richiesto. Di conseguenza aumenta la capacità dei muscoli di utilizzare ossigeno in attività prolungate e migliora la capacità di recuperare più velocemente dopo un attività molto intensa.
Il miglioramento delle capacità aerobiche porta il calciatore ad avere più energia necessaria allo svolgimento dell’attività fisica, consentendo al calciatore di sostenere esercitazioni ad alta intensità ed ad alta intensità per media-lunga durata, considerando anche il minor tempo che si impiega nel recuperare.


L’allenamento aerobico si può classificare in:
1-Allenamento aerobico a bassa intensità: ha il preciso obiettivo di recuperare velocemente dopo un match o una seduta molto intensa. Dopo questi eventi i muscoli possono essere rigidi e contenere microlesioni, provocando una inibizione della ricostruzione delle scorte di glicogeno. Con l’allenamento aerobico BI si lavora al 65% della fcmax ad una media di circa 130 bpm, favorendo il recupero muscolare ed evitando la sindrome di “sovrallenamento”.
Infatti, secondo la periodizzazione tattica, il primo giorno del microciclo settimanale , deve prevedere esercitazioni in un regime di allenamento aerobico a bassa intensità, proprio per dar vita al principio del recupero attivo.

 

2-Allenamento aerobico a moderata intensità: ha il preciso obiettivo di migliorare la capacità di effettuare un lavoro intenso per periodi prolungati migliorando anche la capacità di recuperare rapidamente dopo tali attività.
E’ la cosiddetta capacità di resistenza.  Per ottenerla si lavora al 70-75% della fcmax ad una media di circa 150-160 bpm.


3-Allenamento aerobico ad alta intensità: ha il preciso obiettivo di migliorare la capacità di lavorare ad alta intensità per lunghi periodi di tempo aumentando anche la velocità di recupero.
Si lavora al 80-90% della fcmax a circa 170-190 bpm.
E’ stato dimostrato che durante una partita la distanza totale percorsa ad alta intensità dipende assolutamente dal modello di gioco selezionato. E’ importante, dunque, che se il modello di gioco dell’allenatore si basa su questo principio, bisognerà allenarsi duramente sotto questo aspetto.
***Attenzione: l’allenamento aerobico AI può stimolare anche l’attivazione del sistema anaerobico lattacido, di conseguenza bisogna che l’allenatore si assicuri che l’intensità dell’esercitazione non raggiunga mai livelli tali da trasformare l’esercitazione esclusivamente in allenamento per la resistenza alla velocità.***

Durante l’esercitazione (con palla ovviamente) la fc deve essere mantenuta sopra l’80%.
Il principio degli intervalli di tempo definiti risulta molto importante, significa prestabilire durata bilanciata dei periodi di lavoro e di recupero bilanciandoli in modo da ottenere intensità molto elevate (ad esempio 1’ di lavoro per 30’’ di recupero)
Minori sono i tempi di lavoro e minori sono i recuperi, maggiore sarà l’intensità.

 

Invece l’obiettivo dell’allenamento anaerobico è migliorare la capacità di muoversi velocemente erogando potenza nelle esercitazioni ad alta intensità, consentendo anche un recupero più rapido.
I vantaggi che ne derivano dal punto di vista calcistico stanno nel riuscire a sostenere attività intense, per attività prolungate e di frequente.


L’allenamento anaerobico si può classificare in:
1-Allenamento della velocità: ha il preciso obiettivo di migliorare la capacità di percezione/decisione in relazione ad una azione veloce e di migliorare la capacità di esprimere forza veloce durante attività molto intense (scatti, arresti, cambi di direzione).
In tale allenamento i calciatori devono essere impiegati in prestazioni massimali per periodi inferiori ai 10’’. Il rapporto sviluppo/recupero deve prevedere un attenzione per quest’ultimo in quanto bisogna consentire al muscolo di recuperare completamente per poi eseguire nuovamente una esercitazione massimale.
L’allenamento della velocità deve essere realizzato riproducendo situazioni che simulano ciò che avviene in partita. L’utilizzo obbligatorio del pallone sta proprio nell’introiettare, nel calciatore, la capacità di anticipare e reagire plasticamente alle varie situazioni di gioco.


2-Allenamento della resistenza alla velocità:
ha il preciso obiettivo di migliorare la capacità di sostenere a velocità importante delle esercitazioni molto intense.
Tali allenamenti migliorano ancor di più la capacità di recupero dopo tali attività.

Alcuni studi hanno dimostrato che il meccanismo anaerobico lattacido è molto sollecitato durante un match. Di conseguenza le esercitazioni ad alta intensità devono essere molto utilizzare durante le sedute di allenamento, anche se non esasperate essendo il dispendio emozionale-fisico elevato.

L’allenamento di resistenza alla velocità può essere suddiviso in allenamento di produzione e di mantenimento.
L’allenamento di produzione vuole migliorare la capacità di realizzare un lavoro molto intenso per un periodo di tempo breve. Le esercitazioni devono prevedere tempi brevi con recuperi più lunghi (rapporto ½).
L’allenamento di mantenimento vuole migliorare la capacità di realizzare un lavoro molto intenso per tempi prolungati. Le esercitazioni devono prevedere un rapporto sviluppo/recupero uguale, che innalzi progressivamente lo stato di affaticamento dei calciatori.
**(Ricordiamo che la rilevazione di fcmax ci consente di rilevare l’intensità di una esercitazione)

 

NB: IL LATTATO: PRODUZIONE, UTILIZZO E SCOMPARSA NEL CALCIO
Nel corso di una partita di calcio si produce acido lattico anche in un singolo scatto di 3’’ protratto al massimo della propria velocità-intensità. Tale produzione aumenta con l’aumentare della distanza, della velocità e del tempo.  L’acido lattico si forma anche quando durante un attività ad alta intensità le fibre dei muscoli impegnati richiedono altra energia (ATP) ed hanno esaurito la possibilità di ricavarlo dall’ATP performato, dalla fosfocreatina e dall’ossigeno.

Dalle fibre in cui è stato prodotto , parte del lattato esce e va nel liquido extracellulare ossia quello che si trova tra una fibra e l’altra. Da qui arriva alle altre fibre e nei capillari e dunque trasportato nel corpo.

L’eliminazione del lattato avviene o per trasformazione o per eliminazione.
Parte del lattato rimasto nella fibra, non appena cessa la fase di elevato impegno ed arriva più ossigeno, viene convertito in piruvato che viene a sua volta trasformato in glucosio o bruciato nei mitocontri.
Il lattato che invece arriva nel circolo sanguigno viene bruciato a livello del cuore o di muscoli diversi oppure può essere trasformato in organi come fegato e reni.
2/3 del lattato vengono trasformati in piruvato, esso finisce nei mitocondri per creare nuova energia.

 

5-RESISTENZA, FORZA E VELOCITA’: DEFINIZIONI
Questi concetti generali sono strettamente personali ed inseriti non all’interno del metodo tradizionale, ma nel nuovo metodo moderno di allenamento: la periodizzazione tattica.
La resistenza è la capacità di mantenere il più possibile costante la prestazione, dal punto di vista tecnico-tattico-fisico-psicologico, nonostante sia già stata compiuta una mole importante di lavoro.
Analizzando questa definizione possiamo fare determinate deduzioni. Ad esempio che la resistenza aiuta a resistere alla fatica, che la resistenza combatte la fatica, che la resistenza è in grado di far durare uno sforzo a lungo.
Tutto giusto e tutto sbagliato. La resistenza è una capacità fondamentale di alcuni sport, come le corse lunghe di atletica leggera ed il ciclismo, o come lo sci di fondo.
Negli sport di squadra la resistenza NON è una capacità prioritaria.  Vediamo perché.
La resistenza è una caratteristica appartenente alle capacità aerobiche. Cosa vuol dire per un calciatore essere resistente? Vuol dire sostenere, negli spazi e nei tempi richiesti dall’allenatore, una precisa esercitazione con obiettivo tattico-strategico.
Questa mia definizione credo che colga un aspetto importante del gioco del calcio. Il calciatore non effettua corse lente o camminate, o meglio le effettua ma le effettua sempre dominate da un preciso pensiero tattico. Questo aspetto cognitivo affatica il sistema nervoso centrale, di conseguenza allenare la resistenza muscolare sarà inutile. Bisognerà allenare la resistenza in un preciso e specifico contesto di gioco tattico in cui il calciatore svilupperà tali capacità sempre relazionate all’esecuzione di un pensiero tattico.

 

La forza muscolare è quella capacità motoria che permette di vincere una resistenza o di opporvisi tramite lo sviluppo di tensione da parte della muscolatura.
Si distinguono tre forme fondamentali di forza:
1-Forza Massimale: è la forza più elevata che il sistema neuromuscolare è in grado di sviluppare con una contrazione volontaria.
2-Forza Resistente: capacità dell’organismo di opporsi alla
fatica durante prestazioni d forza e/o durata.
3-Forza Veloce:  è la capacità del sistema neuromuscolare di superare le resistenze con elevata
rapidità di contrazione.

E’ anche importante stabilire le tre modalità con cui il muscolo scheletrico si contrae:
-Contrazione di tipo isometrico: le fibre muscolari si contraggono generando tensione, ma quest’ultima non provoca l’avvicinamento dei due capi articolari che sono sotto il controllo meccanico del muscolo in tensione. Questo tipo di contrazione avviene quando la contrazione muscolare è rivolta verso una resistenza esterna che supera la capacità di generare forza da parte del muscolo stesso.

-Contrazione di tipo concentrico: avvicinamento dei segmenti scheletrici e il conseguente spostamento del carico nei cui confronti venga applicata la forza.-Contrazione di tipo eccentrico: avviene nel caso in cui ci cerca di contrastare la forza di gravità che agisce su un carico sovra-massimale e superi le reali capacità di forza del soggetto.

A mio avviso l’unico concetto che conta, nel calcio, è il concetto di movimento funzionale specifico. La forza deve essere allenata facendo eseguire al calciatore esercitazioni, con palla, in cui siano riprodotte delle situazioni che si verificano durante la gara. Per strutturare questo programma di allenamento occorre una grande conoscenza del gioco e dei movimenti che i calciatori eseguono più frequentemente di altri. Si parlerà dunque di sequenze motorie e di allenamenti che saranno basati sulle sequenze delle contrazioni muscolari.  (approfondiremo questo argomento in un prossimo articolo).
Per comprendere meglio questo concetto, cosa vuol dire per un calciatore “essere forte”?  Vuol dire avere la capacità di rubare palla, arrestarsi, scattare, ri-arrestarsi, saltare per colpire di testa, scattare e cambiare direzione.
Capiamo come siano inutili le esercitazioni a secco o in palestra perché nessuna di queste sequenze viene riproposta.

La velocità può essere intesa come la capacità condizionale che consente al calciatore di muoversi nello spazio, dunque la velocità di spostamento del corpo nell’unità di tempo.  E’ un concetto piuttosto ampio e complesso che è giusto innanzitutto suddividere prima in rapidità e velocità e poi in ulteriori elementi che descriveremo successivamente.
La rapidità è la capacità di eseguire un gesto o una azione motoria il più velocemente e frequente possibile, si tratta di una capacità che non può essere “allenata fino in fondo”. Questo perché la rapidità è una capacità che dipende molto da come è stata stimolata in età evolutiva, se nel periodo 10-14 anni dovesse essere sottovalutata avrebbe nel futuro meno possibilità di sviluppo.
La velocità nel calcio è un concetto piuttosto complicato. Non è velocità pura ma deve, così come la resistenza e la forza, essere inserita in un preciso contesto tattico-strategico.
La velocità è composta da quattro diversi elementi tra i quali:
Velocità percettiva: è la capacità dell’atleta di riuscire a mettere in atto il sistema PAD (percezione/analisi/decisione) nel tempo più breve possibile e nella maniera più efficace possibile. Ovviamente avere un tempo minimo di percezione, selezionando solo le corrette e utili informazioni, aiuterà ad eseguire in maniera efficace le altre due componenti, eliminando tutti gli elementi esterni di disturbo. E’ un elemento molto discriminante perché caratterizza il calciatore di alto livello da uno di livello inferiore. E’ la cosiddetta intelligenza di gioco. Questo tipo di velocità è associabile alla velocità di anticipazione, che riguarda la capacità di interpretare le azioni dell’avversario o del mezzo con il quale si gioca, il pallone.

-Velocità di reazione: è la capacità di reagire immediatamente nei confronti di una azione imprevedibile. E’ più un processo cerebrale, dunque se vogliamo associarlo al calcio più tattico-cognitivo che fisico e riguarda la capacità sapere sempre come comportarsi rispetto a determinate situazioni come le finte di un avversario, come l’aggressione dello spazio, come l’azione di smarcamento e così via.

-Velocità motoria aciclica: il calcio, per definizione, è uno sport aciclico. Tale velocità rappresenta la capacità di compiere tali movimenti aciclici come i balzi e determinati sprint con cambio di direzione in maniera efficace e funzionale.

-Velocità di azione: secondo il metodo della periodizzazione tattica è la velocità più importante insieme con la velocità percettiva. Riguarda la capacità di eseguire gestualità tecnico-coordinative con lo strumento, il pallone. Questo tipo di velocità si migliora eseguendo gesti tecnici situazionali a velocità ed intensità moderate o alte.

 

 

 

 

 

4-CONCETTI INTERDIPENDENTI CON LA PREPARAZIONE ATLETICA:
Nell’ambito della preparazione atletica generale si inseriscono ovviamente i concetti di riscaldamento e attività di recupero.
Secondo la teoria dell’allenamento per riscaldamento si intendono tutte le misure che, prima di un carico di allenamento o gara, servono a creare una condizione psico-fisica e coordinativo-cinestetica efficace ottimale, rivolta anche alla prevenzione degli infortuni.
Necessario menzionare anche la teoria degli adattamenti che sostiene che in seguito ad uno stimolo allenante si assiste ad una alterazione dell’omeostasi dei sistemi funzionali coinvolti che si manifesta con il lavoro e con il carico di affaticamento.  Dunque saranno gli stimoli proposti che faranno adattare l’organismo all’ambiente esterno.

Queste considerazioni ci consentono di affermare che un adeguato riscaldamento è tale se considera a trecentosessanta gradi gli aspetti fisici, tecnico-tattici e mentali.
Per quanto riguarda l’aspetto fisico “riscaldarsi” vuol dire innalzare la temperatura, sia dei propri muscoli che di quella del corpo. Durante un esercizio fisico la temperatura dei muscoli aumenta fino a 42°-43° e quella corporea fino a 40°-41°.
Nei muscoli la temperatura si stabilizza dopo 10 minuti mentre quella corporea continua a salite anche un ora dopo l’inizio dell’esercizio.
Questo aumento di temperatura si manifesta a livello periferico con una aumentata vascolarizzazione dei gruppi muscolari coinvolti, mentre a livello centrale si verifica, per ogni grado di temperatura aumentato, un aumento del processo di metabolismo del 13%.  Infine ricordiamo che elevate temperature producono elevata viscosità che dunque possono diminuire il rischio di traumi ed infortuni.

Occorre ricordare che un corretto riscaldamento tiene conto soprattutto dell’aspetto mentale. Sotto questo punto di vista occorre capire cosa serve al gruppo ed all’individuo in quel preciso momento e fornire gli giusti stimoli ai calciatori di cui essi hanno realmente bisogno, trasformando così lo stato mentale in azioni motorie.   Dal punto di vista coordinativo-cinestetico è importante, durante il riscaldamento pre-match, la stimolazione in toto dell’apparato sensoriale del calciatore (visivo-uditivo-tattile).
Secondo le teorie della psicologia dello sport in questo preciso momento è importante menzionare la curva “attivazione-prestazione”. Tale curva sostiene che le prestazioni migliori si ottengono a livelli di attivazione medi ( il cosiddetto stato di flow), evitando così picchi di ansia o di noia che sfociano in un sicuro decadimento della performance.


Come dovrebbe essere organizzato un buon riscaldamento?
Un adeguato riscaldamento prevede un inizio ad intensità bassa per poi aumentarla gradualmente.  Le attività proposte devono essere semplici da realizzare dal punto di vista tecnico (per non incorrere in rischi di sfiducia o di noia) e devono stimolare il pensiero tattico in regime situazionale.   Devono essere inclusi anche esercizi di mobilità articolare e stretching.

Abbiamo due tipi di riscaldamento o attivazione:
1-Pre allenamento: Affinchè il riscaldamento sia efficace, funzionale e motivante TUTTE le esercitazioni devono prevedere l’utilizzo della palla in un regime tattico, quello del modello di gioco selezionato dall’allenatore. Il riscaldamento, infatti, non serve solo per raggiungere i parametri fisiologici descritti sopra, ma serve soprattutto per ripassare ed approfondire gli aspetti tecnico-tattici.
Il riscaldamento pre allenamento deve prevedere l’iniziare attivazione dei gruppi muscolari più grandi per passare, successivamente (dopo 3’), all’attivazione di quelli specifici utilizzati nel gioco del calcio.

2-Pre partita: Il riscaldamento pre-partita è ovviamente molto più specifico.   I principi fisiologici generali sono ovviamente gli stessi ma è diverso l’obiettivo che si vuole ottenere. Il riscaldamento ha una durata maggiore (fino a 25-30’).
Il principale aspetto, oltre quello fisiologico,  è quello tecnico-tattico.
L’obiettivo è quello di richiamare e sviluppare, in forma reattiva, i principi ed i sotto principi di gioco sui quali lo staff tecnico ha lavorato durante la settimana.     Tutte le esercitazioni tecniche proposte durante il riscaldamento pre-gara devono essere effettuate in spazi stretti per tempi brevi, con la massima intensità. E’ necessario strutturare mini-esercitazioni situazionali in cui il calciatore è sollecitato ad utilizzare i gesti tecnici fondamentali in un preciso contesto tattico.    E’ proprio questo che infatti lega la parte tecnica a quella mentale: l’aspetto cognitivo, quello che costringe il calciatore ad effettuare un pensiero tattico veloce.  Parliamo di esercitazioni psicocinetiche, di esercitazioni con due palloni e con combinazioni con due-tre colori.
**NB E’ stato dimostrato che nell’intervallo tra primo e secondo tempo la temperatura corporea può abbassarsi fino a 3°, ciò imporrebbe una sorta di ri-attivazione della durata di 4-5’ prima di iniziare il secondo tempo.
Consapevole delle necessità dei calciatori di riposarsi e di quelle dell’allenatore di parlare alla squadra negli spogliatori, questo risulta un principio difficilmente applicabile.  Vale comunque la pena di effettuare una seria riflessione.***


Il recupero è un elemento fondamentale dell’allenamento. (sarà dedicato un articolo a parte a questo aspetto). Ora parleremo solo delle attività di recupero che hanno luogo dopo la conclusione di un allenamento o di una partita.
Lo jogging serve per smaltire il lattato accumulato più velocemente proprio perché durante una corsa a bassa intensità la concentrazione ematica di lattato diminuisce di tre volte più rapidamente rispetto a quando si rimane fermi, è scentificamente dimostrato. (dunque corsa lenta o partita passiva per una durata di 7-10’).
Lo stretching, invece, è una azione di allungamento completo di un muscolo, mantenendo tale posizione per almeno 12’’. E’ importante per la flessibilità in quanto durante un allenamento o una partita il muscolo del calciatore può essere forzato ad assumere posizioni innaturali, come un allungamento sostanziale.   E’ stato inoltre dimostrato come, dopo una attività intensa, il muscolo riduce la sua lunghezza. Talvolta possono essere necessarie 36 ore affinché il muscolo torni alla lunghezza naturale. Pertanto l’importanza dello stretching assume rilievo soprattutto nelle competizioni di alto livello in cui si giocano anche più partite settimanali ed in cui vi è il serio rischio di un accorciamento permanente del muscolo, che produrrà maggior rischio di infortuni.

 

A questi due concetti, soprattutto a quello di recupero, sono collegati i concetti di fatica, overreaching ed overtraining.
Il termine fatica indica una riduzione della performance sotto il punto di vista fisico-mentale che comprende un aumento della percezione dello sforzo e l’incapacità, dal punto di vista motorio, di produrre nuovo sforzo fisico.
Nel calcio ci sono due tipi di fatica:
-La fatica centrale: ritengo sia la più importante, è legata alla funzionalità del sistema nervoso centrale. Questo tipo di fatica si manifesta a livello corticale ed al livello spinale quando il snc non riesce più ad elaborare una grande quantità di stimoli prolungati.  L’encefalo riduce la velocità del comando motorio, l’impulso elettrico scende nel midollo spinale più lentamente e lo stesso midollo spinale perde la sua piena efficacia diminuendo la funzionalità dei riflessi.

-La fatica periferica: è determinata da fattori di tipo nervoso o da fattori di tipo meccanico o da entrambi. I fattori di tipo nervoso sono legati alla riduzione di eccitabilità del muscolo causata da alterazioni metaboliche che si determinando quando l’intensità di un lavoro è alta o molto alta.
I fattori di tipo meccanico sono legati al numero di fibre muscolari funzionanti nel momento in cui si testa l’efficienza muscolare.

 

Il fenomeno della fatica può essere considerato, dunque, come un processo fisiologico normale che si verifica in seguito ad allenamenti o performance.  Adottando un periodo di recupero adeguato prima di risomministrare determinati stimoli allenanti (che hanno portato alla condizione di fatica) è possibile dar vita al fenomeno della supercompensazione precedentemente descritto.
Quando invece il carico di lavoro risulta eccessivo rispetto al tempo di recupero si parla di overreaching (sovrallenamento), ossia di un carico di lavoro che porta l’organismo dell’atleta in una condizione di fatica che le normali capacità di recupero del soggetto non possono sostenere, necessitando dunque di un periodo di scarico lungo.

Il termine overtraining (sovrallenamento a lungo termine) è situazione cronica di calo prestativo accompagnato da sintomi di natura fisica e psichica. Questa condizione si verifica se i carichi di lavoro risultano elevati nel tempo e se le capacità di recupero correlate a questi carichi sono insufficienti. Essendo una situazione cronica, se dovesse verificarsi il calciatore avrebbe un elevato grado di sotto prestazione e dovrà ricorrere ad un periodo piuttosto lungo di riposo.

Quanto detto acuisce le responsabilità che allenatori e preparatori hanno nel programmare l’allenamento. Proprio una adeguata programmazione è il primo step di prevenzione per evitare condizioni di overreaching ed overtraining.
Di conseguenza allenatori e preparatori devono riuscire a quantificare in maniera precisa il carico di lavoro e la fatica derivanti dalle diverse sedute di allenamento. Ad esempio monitorare costantemente i valori di frequenza cardiaca e di lattato ematico consente di identificare determinati carichi di allenamento, soprattutto in relazione all’utilizzo del pallone. La scelta dei mezzi allenanti, dunque, potrebbe basarsi anche su queste misurazioni che comunque devono essere ben interpretate perché possono dipendere da molteplici fattori.  La scala di Borg ed i feedback individuali dei calciatori rappresentano ulteriori elementi per quantificare ed identificare gli sforzi.
Nonostante si tratti di dati oggettivi perché statistici, la rilevazione della fc e del lattato ematico ed il loro inserimento nella scala di Borg sono operazioni soggettive in quanto un allenatore può stabilire che una determinata rilevazione può appartenere ad una intensità differente rispetto alla quantificazione che un altro allenatore può effettuare.  E’ un terreno impervio ma questi fattori hanno l’obiettivo di “standardizzare” determinati parametri al fine di effettuare delle programmazioni corrette.

Altri elementi di prevenzione per evitare i fenomeni di overreaching ed overtraining sono i tests e l’alimentazione (su cui si baserà uno dei prossimi articoli).

 

 

 

 

 

 

 

6-ALLENAMENTO:QUALI METODOLOGIE?
Su questo capitolo si potrebbe dedicare un intero trattato perché gli aspetti scivolosi e spigolosi su cui discutere sono davvero infiniti.
Oggi nel calcio esistono tre diversi tipi di approcci metodologici: quello tradizionale, quello integrato, ed un nuovo metodo noto come periodizzazione tattica.
L’allenamento tradizionale segue una chiara metodologia. Prevede la prevalenza del pensiero verso l’aspetto fisico, del lavoro aerobico o anaerobico senza l’utilizzo del pallone, dell’uso dei test per misurare le capacità condizionali, nella credenza nella forma fisica e nei suoi picchi, nella credenza nel “inserire benzina” durante il periodo preparatorio per poi ricaricare le batterie durante la sosta natalizia e soprattutto crede nel principio secondo cui il volume di esercizio fisico deve precedere l’intensità.

L’allenamento integrato
è arrivato successivamente. E’ una sorta di “finta” metodologia, quella che getta fumo negli occhi mascherando l’obiettivo dell’esercitazione con l’utilizzo della palla. Sebbene, come appena sottolineato, la maggior parte delle esercitazioni prevedano l’utilizzo del pallone, le preoccupazioni dell’allenatore che struttura queste esercitazioni sono le stesse che animano i pensieri di chi opera secondo il metodo tradizionale: prevalenza di pensiero verso l’aspetto fisico.

La periodizzazione tattica (in breve, servirebbe un intero trattato per spiegarla) si basa sul concetto fondamentale evidenziato da numerosi studiosi negli ultimi duecento anni ed oltre. L’uomo è una unità biopsichica in cui è impossibile separare corpo e mente. Di conseguenza, per un allenatore, è davvero impossibile separare e scomporre la parte fisica da quella tattica e da quella psicologica. E’ impossibile capire dove finisce una ed inizia l’altra ed è impossibile quantificarle.
Il principio su cui si basa la periodizzazione tattica è il modello di gioco, ossia tutti i principi e sotto principi, scelti dall’allenatore, che danno forma al gioco stesso.
La sovradimensione dell’allenamento sarà, dunque, sempre di natura tattica.
Personalmente credo che sia questo il metodo più efficace e consono alle esigenze del gioco del calcio. Quest’ultimo è uno sport collettivo che dura oltre 9 mesi , non esistono “picchi di forma”, e non esiste nessun tipo di allenamento estivo che consenta ad un organismo di avere capacità fisiche per affrontare periodi competitivi così lunghi.
Non ha senso essere i più veloci, i più forti e i più resistenti. Ha senso solo essere capaci di sostenere il proprio modello di gioco, per lo spazio in cui si svolge e nel tempo in cui dura. Questo significa interazione tra componente fisica, tattica e psicologica.
Ad esempio è possibile allenare la resistenza organica attraverso una partita con obiettivi tattici aumentando molto gli spazi del campo, oppure allenare la potenza muscolare giocando in spazi più ristretti inserendo temi che costringano il calciatore ad effettuare determinati tipi di contrazioni muscolari.
Tutto però ha sempre un motivo e un obiettivo tattico. Forza, velocità e resistenza devono essere assolutamente inserite all’interno di un contesto tattico chiaro, preciso e determinato.
Tutte le esercitazioni prevedono l’utilizzo del pallone (non come deterrente ma come mezzo per raggiungere uno specifico obiettivo tattico-tecnico-fisico-psicologico) , tutte!

 


L’allenamento calcistico necessita, a mio avviso, di una importantissimo criterio: l’imitazione della partita. Per imitazione della partita non intendo la ripetizione di partite 11vs11 in un campo regolamentare. Intendo utilizzare ogni secondo dell’allenamento per allenare e sviluppare le componenti tattiche e quelle fisiche nelle precise sequenze con cui si propongono durante una partita vera.
Ad esempio: cos’è la forza? Secondo molti studiosi e ricercatori calcistici la forza è una componente atletica che non si può allenare attraverso l’utilizzo del pallone.
Io penso diametralmente l’opposto. Per un calciatore “essere forte muscolarmente” significa avere la capacità di rubare palla, scattare, arrestarsi, saltare di testa, ripartire, rifare un contrasto e ri-effettuare uno scatto.  Come faccio ad allenare tutto questo? Di certo non in palestra ma sul campo, inventando esercitazioni che abbiano delle precise e specifiche gestualità, impostando un preciso regime di contrazioni muscolari, tutto con l’utilizzo del pallone riproponendo in spazi e tempi ridotti le sequenze motorie e le gestualità che poi si verificheranno in una partita ufficiale.

 

Per strutturare un allenamento, dunque, bisognerà avere una profonda conoscenza del gioco del calcio e di tutte le sue componenti tattiche-fisiche-tecniche-psicologiche proprio al fine di strutturare esercitazioni funzionali che alleneranno in maniera “specifica ma globale” queste componenti.
Altre fondamentali conoscenze devono essere di tipo fisiologico.  All’interno di una partita di calcio assistiamo prevalentemente a due momenti:
1-Momenti a moderata o alta intensità: in cui vi è una elevata richiesta energetica. I muscoli traggono questa energia dall’ATP performato, dalla fosfocreatina, dall’ossigeno e dai meccanismi anaerobici lattacidi ossia con l’acido lattico.

2-Momenti a bassa intensità: in queste fase l’organismo cerca di recuperare e di “ricaricarsi”. Come? Riformando la fosfocreatina attraverso meccanismo aerobico, ridando ossigeno alla mioglobina ed eliminando l’acido lattico sempre mediante ausilio dell’ossigeno.
Per la fase di recupero, ovviamente, l’intervento dell’ossigeno è fondamentale.

 

**Per debito di ossigeno intendiamo un “prestito di energia”. Quando si innescano i meccanismi anaerobici (lattacidi ed alattacidi) oltre all’energia derivata da tali meccanismi si aggiunge una quantità analoga di energia provvisoria che deriva dal meccanismo aerobico e che deve poi essere compensata. Si contrae dunque un “debito” che poi si paga con l’ossigeno nel corso di attività a bassa intensità.
Anche il debito di ossigeno può essere distinto in due tipologie:
1-Debito di ossigeno alattacido: corrisponde alla quota di ATP formato ed utilizzato, alla fosfocreatina scissa e all’ossigeno legato alla mioglobina.
2-Debito di ossigeno lattacido: corrisponde all’ATP prodotto con il meccanismo lattacido che ha determinato la produzione di acido lattico.

 

Ulteriori criteri parametri e concetti per la scelta corretta delle metodiche di allenamento : il vero parametro che consente ad un calciatore di essere più o meno preparato dal punto di vista fisico è l’intensità. Senza intensità non ha senso allenarsi, sarebbe meglio riposare.
E’ l’intensità che precede il volume, non viceversa.
L’intensità è ovviamente legata ad un fattore emozionale. Ciò che è intenso richiede estrema concentrazione, ciò che richiede estrema concentrazione è dispendioso dal punto di vista emozionale, si parla dunque di fatica centrale del sistema nervoso.
Come la scienza ha più volte dimostrato il cervello comanda i muscoli, se il cervello è “in fatica centrale” i muscoli non risponderanno in maniera adeguata ai comandi provocando una azione inefficace ed un alto rischio di infortuni.
Quando parliamo di intensità di allenamento, dobbiamo trattare il concetto di frequenza cardiaca.
La frequenza cardiaca
è il numero di battiti (pulsazioni) che il cuore compie in un minuto a riposo. Generalmente i bpm a riposo sono circa 60 ma in atleti particolarmente resistenti questa cifra può abbassarsi.
Durante l’attività fisica tale frequenza cardiaca può salire fino a raggiungere i 200-230 bpm.
La frequenza cardiaca è influenzata dalla tipologia di allenamento (aerobico o anaerobico).

Dunque durante l’attività fisica la frequenza cardiaca si alza in relazione all’intensità di lavoro, essa potrà essere dunque molto utile per identificare quanto le esercitazioni proposte in allenamento siano intense.    Per ottenere questa valutazione sarà necessario rilevare almeno 3 volte la frequenza cardiaca durante l’esercitazione per poi trarre una media e osservare se e quanto il calciatore abbia lavorato intensamente.

Dunque abbiamo sottolineato quanto la rilevazione della FC sia importante per capire se un calciatore si allena ad intensità elevate o meno.
In realtà prima di effettuare tale rilevazione è necessario conoscere la frequenza cardiaca massima (FCMax) di ciascun calciatore. ***(Ad esempio un calciatore che avrà 170 di fc e una fcmax di 180 bpm lavora al 94%;  invece uno che avrà 170 di fc e 220 di fcmax l’intensità di lavoro è assai meno rilevante)***

All’interno del mio metodo, la periodizzazione tattica, voglio che la frequenza cardiaca sia valutata durante e dopo alcune esercitazioni tattico-strategiche che prevedono ovviamente l’utilizzo del pallone.
Questo al chiaro scopo di dimostrare che l’allenamento aerobico ed anaerobico hanno senso solo se sono inseriti in un contesto tattico che rispetti i principi ed i sotto principi del modello di gioco scelto dall’allenatore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7-PROGRAMMAZIONE E PIANIFICAZIONE DELL’ALLENAMENTO:
Per un allenatore, come per un qualsiasi altro professionista, la programmazione è fondamentale. Programmare significa pianificare tutto in ogni singolo dettaglio, a breve ed a lungo termine. Significa stabilire in anticipo una serie di operazioni con l’unico scopo di realizzare un determinato progetto secondo gli obiettivi prefissati.
E’ fondamentale sottolineare che il buon programmatore è colui che riesce a prevedere e minimizzare gli effetti del caso, riuscendo anche a fare una analisi retrospettiva senza timore di correggersi in corso d’opera.


Per attuare una corretta programmazione sarà necessario:
-Analizzare la situazione di partenza: riguarda il prendere atto della situazione di partenza, il vissuto del team riguardo le passate stagioni. Inoltre vengono analizzate le caratteristiche dei calciatori sotto il profilo tecnico-tattico-fisico-psicologico cercando di individuarne le competenze “attuali” ed il possibile processo di sviluppo.
Infine vengono suddivisi i compiti dello staff tecnico.

-Analisi dei bisogni:  di cosa un determinato calciatore, il collettivo e l’ambiente hanno bisogno.

-Scelta del metodo generale di allenamento: a mio avviso è di fondamentale importanza scegliere l’approccio metodologico che si vuole seguire. Nel calcio esistono solo tre tipi di metodologia di allenamento: l’allenamento tradizionale, l’allenamento integrato e la periodizzazione tattica.
Solo dopo aver scelto il tipo di metodologia da seguire l’allenatore potrà porre in essere dal punto di vista pratico una determinata programmazione.
Le programmazioni non si possono mescolare e soprattutto non è possibile iniziarne una senza aver scelto un preciso percorso.

-Scelta degli obiettivi generali e specifici. A breve, medio e lungo termine: è in questa fase che si chiarisce dove si vuole arrivare. Viene scelto il modello di gioco, il sistema di gioco ed i principi e sotto-principi di gioco che danno forma a tale modello ed infine gli obiettivi tecnico-tattico-fisico-psicologici da perseguire.
Per quanto concerne la programmazione in termine di “breve”, “medio” e “lungo” termine bisogna fare delle attente e particolari distinzioni.
La programmazione a lungo termine riguarda il raggiungimento degli obiettivi di crescita stagionali, dopo accurate e determinate valutazioni che purtroppo possono dipendere anche dai risultati. In tale programmazione l’allenatore può inserire anche dei parametri come il piano multistagionale ed il piano di carriera.

La programmazione a medio termine riguarda la costruzione del piano annuale composto dai vari macrocicli e mesocicli. Il mesociclo è costituito dall’insieme dei microcicli (le settimane). Il macrociclo è costituito da un minimo di due ad un massimo di quattro mesocicli.
Ogni macrociclo e mesociclo deve avere degli obiettivi specifici da raggiungere, per obiettivi intendo determinati principi, sotto principi e sotto principi di sotto principi di gioco che danno forma al modello di gioco selezionato dall’allenatore.

La programmazione a breve termine riguarda la costruzione minuziosa del microciclo (settimana di allenamenti) che porta alla strutturazione della singola unità didattica (allenamento).

-Scelta e organizzazione dei contenuti: implica la scelta dei mezzi di allenamento e dei lavori di allenamento che sviluppano tali mezzi allenanti. Quindi si arriva alla strutturazione della singola esercitazione.

-Scelta e definizione dei modelli psicologici da attuare: riguarda la scelta delle dinamiche psicologiche e comportamentali da utilizzare. Che tipo di comunicazione attuare con gli individui e con il team (ad esempio utilizzazione metodo induttivo o deduttivo o utilizzo di stili di leadership determinati ecc.), il tipo di principi e regole da stabilire e le procedure generali di insegnamento da perseguire.

-Valutazione: riguarda la valutazione generale sui precedenti punti spiegati sopra. E’ una verifica quotidiana che attesta se tutto è stato svolto in maniera corretta ed appropriata.  Solo dopo l’analisi autocritica dell’allenatore e del suo staff  circa il raggiungimento degli obiettivi dell’unità didattica si potranno valutare le prestazioni individuali dei calciatori.

-Protocollo di intervento: per quanto sembri utopistico e difficile un allenatore deve sempre scegliere un “piano B” ed anche un “piano C” alternativi qualora la programmazione effettuata dovesse subire dei rallentamenti-cedimenti dovuti ad un qualsiasi motivo.

 

Abbiamo appena descritto i punti cardinali di una corretta programmazione. Non dimentichiamo, però, che questo è un trattato sull’allenamento fisico e dunque sarà importante, sotto questo punto di vista, conoscere perfettamente ulteriori quattro principi fondamentali:
-Il modello prestativo specifico
-Gli effetti del lavoro
proposto (degli stimoli allenanti) in termini di intensità, qualità e volume degli stessi.
-Gli effetti generali del tipo di allenamento proposto
-I diversi tempi di supercompensazione dell’allenamento sull’organismo in relazione al metodo ed ai mezzi di allenamento proposti.

 

 

8-BREVE CENNO SULLA VIDEO MATCH ANALYSIS:
La video match analysis, in senso stretto, riguarda la rilevazione di dati statistici circa le prestazioni individuali e collettive di un team.
La video match analysis può essere:
-Qualitativa: analisi tecnico-tattica delle diverse fasi di gioco (fase di possesso, fase di non possesso, momenti delle trasizioni e situazioni di palle inattive) di un team.

-Quantitativa: analisi statistica basata su complessi sistemi computerizzati, tramite l’utilizzo di videocamere posizionate in diversi luoghi del campo collegate a gps, accelerometri e quant’altro che consente di calcolare, tramite algoritmi matematici, la quantità e la tipologia degli spostamenti di un calciatore nello spazio.
Il calcio è uno sport prevalentemente tattico-strategico. Dunque la posizione tattica di un calciatore cambia i suoi “parametri prestativi” fisici. Un esempio di analisi quantitativa riguarda non solo le distanze totali percorse da un calciatore in base ad un determinato ruolo tattico, ma soprattutto la tipologia di questi spostamenti come il numero di km percorsi a bassa, media ed alta intensità, il numero e la distanza degli sprint ed altri dati statistici in relazione al binomio intensità-qualità. Tutto ciò anche in relazione alla presenza degli avversari.

Questa minuziosa analisi dei dati consente all’allenatore di avere un chiaro riferimento circa i modelli prestativi dei singoli calciatori e del team con lo scopo di modificare ed adattare i programmi di allenamento, la scelta dei mezzi e dei lavori allenanti.

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Categorie: Calcio & Scienza, Metodologie, Preparazione Atletica Speciale

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