RIFLESSIONI SULLA DIFESA A ZONA

RIFLESSIONI SULLA DIFESA A ZONA

INTRODUZIONE:
Le squadre più vincenti sono quelle che attaccano meglio, quelle che potenziano il loro modello di gioco offensivo costantemente e quelle che gestiscono meglio il binomio spazio-tempo nella progressione della palla. Però le squadre più vincenti, senza alcun dubbio, sono anche quelle che difendono meglio.
Analizzando i top team nel panorama internazionale possiamo notare la facilità e la capacità che dimostrano nel recuperare velocemente la palla per poter ricominciare una nuova fase offensiva. Tali squadre sono capaci di attaccare con un gran numero di calciatori, occupando le zone del campo in maniera razionale ed equilibrata, proteggendo il proprio “campo difensivo” nel migliore dei modi.
Non si tratta solo di attaccare o difendere bene, ma si tratta di diminuire al minimo il tempo delle transizioni. In tal modo una squadra può prepararsi ad una fase di gioco, mentre ne sta svolgendo un’altra.
Siamo dunque al cospetto di un nuovo approccio al pensiero tattico di attacco/difesa e difesa/attacco, finora sempre concepite “ognuna a suo tempo”, in relazione al possesso o meno della palla. Per esempio, il momento inevitabile della perdita del possesso della palla è molto meno critico quanto maggiore è l’equilibrio difensivo conquistato durante il processo offensivo.
Secondo questa prospettiva possiamo capire che una squadra di alto livello inizia ad attaccare mentre difende ed inizia a difendere mentre sta attaccando, con il chiaro proposito di creare meccanismi non meccanici nel gioco collettivo che garantiscano equilibrio ed efficacia nelle fasi di gioco.
Per raggiungere un costante stato di equilibrio in ogni fase di gioco la scelta della metodologia, con relativi principi e sotto principi di gioco, di allenamento e dei mezzi tecnico-tattici da parte dell’allenatore è fondamentale.
In questo articolo considereremo il “difendere a zona” non solo come macro principio di gioco in fase difensiva ma anche come mezzo tattico fondamentale nella preparazione e nello sviluppo dei principi e sotto principi della fase offensiva.
Una squadra che ha l’obiettivo di essere grande deve difendere a zona.
Il concetto ed il significato del gioco a zona è spesso stato travisato. Molti pensano che i calciatori si posizionano e si muovono in funzione della posizione della palla, ognuno responsabile di un proprio spazio. Difendere a zona significa molto di più.

DISCUSSIONE CIRCA IL CONCETTO ZONALE
Il concetto di marcamento è spesso abusato ed utilizzato senza conoscerne affondo il significato.
Nella concezione tradizionale il marcamento è una azione tattica di gioco che ha come obiettivo principale il giocatore avversario, impedendo o condizionando le sue giocate ed evitando che esso entri a contatto con la palla o quantomeno che lo faccia nelle peggiori condizioni possibili. Il marcamento dunque è spesso inteso come l’azione tattica del difensore che si posiziona tra l’attaccante avversario e la porta in modo più o meno serrato, impedendo ad esso di ricevere e giocare la palla, con l’obiettivo di recuperarla. Queste definizioni considerano i calciatori avversari il soggetto-riferimento principale del marcamento.
Il marcamento, però, è molto di più. Prevede una azione tattica difensiva (collettiva e successivamente individuale) che ha l’obiettivo di annullare gli avversari, coprire i compagni e vigilare gli spazi liberi eventualmente attaccabili, tutto contemporaneamente, esaltando dunque il concetto di qualità e collettività.
Infatti è proprio la coordinazione ed il sincronismo collettivo a rendere efficace tale azione tattica. Di conseguenza tale azione è assolutamente interdipendente con i principi e sotto principi di gioco difensivi-offensivi.
Questo ulteriore chiarimento circa il concetto di marcamento ci fa intuire che un altro dei capisaldi fondamentali di tale azione tattica è lo spazio libero: la copertura e l’occupazione dello spazio libero.

La difesa a zona è un concetto complicato e soggetto a rivisitazioni continue. Inizialmente si è pensato che la zona fosse null’altro che la preoccupazione di una determinata porzione di campo (zona) da parte dei difensori frapposti tra il pallone, in possesso degli avversari, e la porta. Di conseguenza si è pensato (soprattutto in Italia) che ogni calciatore dovesse marcare l’avversario che entrava nella sua zona di competenza. Questa concezione distorta e molto frequente della “difesa a zona” non solo non esalta la relazione intersettoriale esistente tra i reparti della squadra (riferendosi dunque ad una precisa dimensione collettiva), ma tende a considerarla in modo passivo e pericoloso. “Marcare a uomo nella zona”, infatti, vuol dire non solo approssimarsi nella marcatura ma anche e soprattutto perseguirla in forma continuativa e cioè a uomo. Infatti se l’avversario si muove va marcato ulteriormente e questo mette in serio pericolo la coesione del blocco difensivo.
Se invece consideriamo che il continuo movimento del pallone altera continuamente la struttura/organizzazione difensiva formata, capiamo quanto questo concetto tattico sia dinamico e soggetto a continui adattamenti.
Al di la di questo, lo scaglionamento permanente delle differenti linee e la conseguente esistenza delle coperture tra le stesse sembrano caratteristiche vitali per la coesione del blocco difensivo e per ottenere l’organizzazione difensiva desiderata.
Se è vero che il principale focus della difesa a zona è la posizione del pallone, è naturale che si creino delle zone pericolose (dove la palla è o dove può probabilmente andare) e zone meno pericolose (difficili da raggiungere per cause tecnico-tattiche e per mancanza di tempo). Di conseguenza la posizione della palla e gli spazi sono i grandi riferimenti della difesa a zona.
Il giocatore avversario in possesso di palla deve avere la sensazione di giocare da solo contro una intera linea difensiva. Per questo ogni calciatore, in funzione della posizione della palla, deve coprire un certo spazio attraverso la marcatura a zona o anche detta marcatura in anticipo. Infatti “marcare in anticipo” significa che il difensore dovrà sempre assumere una posizione che gli consenta di intercettare la palla o di collocarsi tra l’avversario e la porta se la palla dovesse giungere in quella posizione. In tal modo il difensore può contemporaneamente realizzare copertura ai compagni e contrastare (o vigilare) l’avversario che entra nella sua zona.
Ogni calciatore, dunque, attenendosi ai principi e sotto principi di gioco deve avere il controllo su tutti gli elementi del gioco: palla, compagni, porta ed avversari.
E’ proprio in questo contesto che devono essere analizzati i concetti di “lato forte e lato debole”. Quanto minore sarà la distanza tra un avversario ed il possessore di palla, più aperto sarà il marcamento in anticipo a questo avversario nel lato forte. Nel lato debole, i calciatore devono coprire gli spazi (vigilanza)
Sulla base di tutte queste considerazioni dobbiamo pretendere che la nostra squadra crei superiorità numerica nella zona della palla, creando una unità collettiva “corta e stretta”, esaltando dunque un altro concetto fondamentale della difesa a zona: le distanze.
Senza dubbio uno degli obiettivi della difesa a zona è accorciare gli spazi per annullare la profondità e serrare le fila per creare superiorità numerica in zona palla.
L’occupazione intelligente degli spazi ci consente, infatti, di controllare gli avversari.
Difesa a zona= posizione della palla, posizione dei compagni, senza dipendere dal movimento degli avversari proprio perché la zona è una azione tattica e non tecnica.
E’ molto importante sottolineare ciò che Jens Bangsbo e Peitersen hanno più volte affermato riguardo la difesa a zona. Secondo i due professori danesi esistono:
-Difesa a zona con marcamento a uomo e -Difesa a zona con marcamento a zona.
Nella difesa a zona con marcamento a uomo (largamente diffusa in Italia), ogni calciatore è responsabile di una determinata zona del terreno di gioco, muovendosi in essa in funzione dell’avversario più vicino (o suo avversario diretto). Ossia, ogni difensore ha la responsabilità di marcare a uomo dentro la sua zona. Di conseguenza l’intero blocco difensivo dipende dai movimenti dei calciatori avversari
Nella difesa a zona con marcamento a zona ogni calciatore è responsabile di una determinata zona del terreno di gioco, muovendosi sempre in relazione ed in funzione dei suoi compagni di reparto più vicini e della posizione della palla. Se un avversario avanza in una zona di un determinato difensore, quest’ultimo dovrà disporsi in modo tale da seguire i movimenti dei propri compagni e, allo stesso tempo, essere preparato per contrastare l’avversario.
Il punto forte è che la collocazione della difesa deve rappresentare un “blocco compatto” attraverso l’interazione delle coperture realizzate nelle zone. In questo tipo di difesa l’obiettivo, dunque, è comprimere gli spazi rendendo il terreno di gioco più piccolo costringendo la squadra avversario a gestire la palla e la progressione verso la nostra porta in condizioni di difficoltà. Per questo, allo stesso tempo, si deve pressare il possessore di palla avversario con i restanti difensori che si dispongono rapidamente nella zona dove si trova la palla, mantenendo una distanza di separazione costante (settoriale ed intersettoriale) in relazione ai compagni più vicini.
L’idea di fondo del lavoro difensivo è che i calciatori si piazzino uniti al centro del campo di gioco costituendo una cinta elastica. In questo modo la squadra riesce a conservare equilibrio nell’organizzazione difensiva. Tale forma di difendere richiede molta concentrazione, comunicazione e visione periferica, dunque giusta selezione degli stimoli appropriati. Il calciatore, dunque, deve preoccuparsi di molteplici fattori ma in un ordine preciso (posizione della palla, dei compagni, degli avversari e dinamiche strategiche). E’ proprio l’ordine degli elementi di cui preoccuparsi che caratterizza una difesa a zona, rispetto ad una difesa mista o a uomo.
In sintesi, si tratta di conseguire un modello difensivo collettivo complesso, ma anche dinamico, adattabile, compatto e omogeneo. Si conferisce, dunque, coesione difensiva alla squadra.

I fattori numero, spazio e tempo
In ogni situazione tattica e tecnica l’obiettivo principale è creare superiorità numerica nella zona della palla o nella zona dove si vuole inviare la palla. Tuttavia il solo numero dei calciatori è un elemento che non basta a risolvere efficacemente le situazioni di gioco, bisogna sfruttare in modo sagace i fattori spazio e tempo.
Ultima annotazione importante riguarda il principio della “agglomerazione”. Difendere bene a zona non vuol dire agglomerare calciatori nella zona in cui vi è la palla e nelle zone adiacenti. E’ possibile difendere meglio, talvolta, con pochi calciatori che difendere con tutti i calciatori. Perché?
Perché una cosa è difendere con il principio della “quantità” ed una cosa è difendere con il principio della “qualità”. Difendere con qualità vuol dire difendere bene ed in modo efficace. Vuol dire rispettare il proprio compito difensivo in funzione del ruolo e della zona di campo che si occupa. Solo conoscendo e rispettando i propri compiti, sia in forma individuale che collettiva, ed applicando i principi della zona, una squadra riuscirà a difendere bene.

La risoluzione efficace di qualunque situazione di gioco è diretta conseguenza di due parametri fondamentali: la rapidità (tempo) e lo spazio.
Il problema dello spazio è fondamentale nella risposta alla variabilità delle situazioni momentanee del gioco. Quando una squadra è in possesso di palla l’efficacia e lo sviluppo dell’azione offensiva passa inevitabilmente dall’esplorazione e dall’attacco degli spazi liberi e liberati. Allo stesso tempo, una squadra non in possesso di palla ha l’obiettivo di stringere e vigilare gli spazi vitali del terreno di gioco. Dunque è possibile affermare che tutta la dinamica della esecuzione tecnico-tattica individuale e collettiva può essere influenzata dall’interpretazione del fattore spazio.
Il fattore tempo è altrettanto importante. Per tempo o rapidità intendiamo la velocità con cui un calciatore percepisce-analizza-esegue determinati stimoli di natura tattica, scegliendo consapevolmente e velocemente, appunto, la risposta più efficace e corretta. Nella pratica quando un giocatore sembra “perdere tempo” può significare invece “guadagnare tempo” per la squadra o per se stesso. Ad esempio un calciatore può scegliere se velocizzare subito l’azione o se ritardarla di alcuni secondi con lo scopo di garantire una occupazione posizionale migliore. Il gioco di squadra deve sempre garantire velocità o quantomeno adeguamento posizionale. Ed è proprio grazie alla introiezione gerarchizzata dei principi e sotto principi di gioco che si abitua il calciatore a prendere sempre le giuste decisioni in relazione alle diverse situazioni di gioco tattico-tecniche.
Il fattore spazio è forse il fattore fondamentale. L’occupazione razionale degli spazi, il loro attacco e l’attacco di quelli liberati può garantire l’esito efficace di una partita.
In un gioco tanto imprevedibile, aperto e dinamico come il calcio le dimensioni del terreno di gioco rappresentano una delle poche certezze. Tuttavia anche tali spazi possono essere “modificate” con una occupazione intelligente dello stesso. Come abbiamo già osservato, alterando lo spazio di gioco possiamo alterare anche i tempi di gioco.
Una squadra, quando attacca ha l’obiettivo di allargare il gioco, trasformando lo spazio di gioco in un “campo grande”, occupando i corridoi laterali (ampiezza) e dando profondità al gioco. Aprire il campo in ampiezza vuol dire allargare le distanze dei componenti del blocco difensivo e medio avversario, affinchè si creino spazi appetibili per sviluppare le trame offensive.
Un esempio pratico dell’importanza fondamentale dell’ampiezza nello sviluppo delle trame offensive lo da Mourinho. Nel suo modello di gioco (con sistema 4-3-3) il suo macro principio in fase di costruzione del gioco è utilizzare l’ampiezza del campo posizionando i laterali di difesa aperti ed in diagonale con i difensori centrali, e gli attaccanti esterni molto aperti ed il più profondo possibile. L’attaccante centrale deve allungare la difesa avversaria impegnando i centrali e consentendo ai centrocampisti di inserirsi nel castello sfruttando la loro creatività e capacità di inserimento.
In un secondo momento sono gli attaccanti esterni a dover tagliare dentro il campo per attaccare “tra le linee”.
Di conseguenza, se non si apre il campo il gioco si asfissia e la creazione di spazi da attaccare è totalmente impossibile.
In una logica opposta, quando la nostra squadra difende, è necessario stringere il più possibile il campo, trasformandolo in un campo piccolo, conseguendo sempre superiorità numerica nella zona della palla, muovendosi in modo elastico e sincronizzato, con un blocco difensivo posizionato almeno ad altezza media. Una squadra deve muoversi sempre in blocco unito, corta e stretta, con importanti ed efficaci relazioni settoriali ed intersettoriali. In tal modo è possibile pressare sempre il possessore avversario ed allo stesso tempo eliminare i suoi appoggi (costituiti dai suoi compagni senza palla).
Un buon posizionamento difensivo, formando un blocco compatto che possa giocare con linee molto vicine è una caratteristica fondamentale per essere efficaci.
Abbiamo affermato che non tutti gli spazi hanno lo stesso valore. Ebbene, se gli spazi non hanno tutti lo stesso valore, perché attribuire a ciascun calciatore sempre la stessa zona? La risposta a questa domanda la fornisce, come al solito, Josè Mourinho. L’allenatore portoghese afferma che “la necessità di scivolamento in funzione della posizione della palla fa si che un calciatore non giochi sempre nella stessa zona. In funzione della posizione della palla i calciatori devono identificare quali sono le zone più importanti per occuparle”.
Il meccanismo di scivolamento , dunque, consente al calciatore di crearsi sempre una sua zona, quella relativa alla posizione del pallone e che ha l’obiettivo di essere più vicina possibile a quella dei compagni di reparto per conseguire superiorità numerica in funzione della palla.
La zona è una forma di difendere più fluida, più intelligente, più adattata ed adattabile in cui la struttura è dinamica e sistemica (preoccupazione per la coordinazione tra membri dello stesso settore e di settori contigui) e soprattutto globale. Niente, più della zona, rispecchia il gioco collettivo. Non sono importanti tanto le marcature (il pensiero ossessivo per la marcatura di un diretto avversario può provocare errori di posizionamento nei confronti del pallone e dei propri compagni), quando la gestione collettiva delle situazioni difensive.

I fattori spazio-tempo-numero di calciatori sono estremamente correlati. Ad esempio restringere lo spazio disponibile per giocare significa diminuire il tempo per attuare il gioco avversario attraverso la densità numerica nella zona della palla ed un quelle adiacenti ad essa.

DIFESA A UOMO VS DIFESA A ZONA
Abbiamo finora sottolineato l’importanza dei fattori numero dei calciatori, spazio e tempo e la rilevanza di trasformare il campo in “piccolo” quando si difende e “grande” quando si attacca.
Abbiamo anche visto la significativa differenza tra difesa a uomo e difesa a zona.
La difesa a uomo ha come principale riferimento/obiettivo della fase difensiva il diretto avversario, posizionato in una determinata zona del campo. Essa può anche trasformarsi in difesa individuale, sostituita dalla referenza di un avversario specifico, indicato dall’allenatore. La difesa a uomo è l’antitesi del gioco collettivo. Infatti, come è possibile impostare un blocco compatto e coeso se ci si preoccupa del movimento dei singoli avversari? Se i nostri diretti avversari decidono di occupare posizioni molto ampie o molto profonde, come può la nostra squadra essere equilibrata e coesa? Ricordiamo che l’obiettivo, quando si attacca, è allargare il gioco per aumentare le distanze tra i componenti appartenenti allo stesso settore. Per cui difendere a uomo vuol dire mettersi volutamente in condizioni di svantaggio e di vulnerabilità!
La difesa a zona, invece, ha come principale riferimento lo spazio “valido”, ossia quello in cui è o può andare il pallone, vigilando le zone adiacenti. In termini di organizzazione difensiva è fondamentale avere un buon posizionamento di squadra, formando un blocco compatto che possa giocare con le linee molto vicine e compatte. Tuttavia è importante anche avere una buona capacità di recupero (sempre posizionale) in funzione della posizione della palla, senza mai perdere il controllo dello spazio. Il fase difensiva, dunque, la nostra squadra deve sempre avere l’obiettivo di rendere il campo “piccolo” per gli avversari affinché il pressing e la pressione siano sempre esercitati non sull’uomo, ma sulla palla.
Il concetto di creare superiorità numerica è anch’esso spesso travisato. Difendere bene non vuol dire difendere con molti uomini. Non basta “agglomerare” più uomini nella zona centrale del campo (quella che più velocemente conduce alla porta) per garantire una buona organizzazione ed un ottimale equilibrio. La qualità della difesa è molto più importante della quantità.
Qualunque sia la forma di organizzazione difensiva l’importante è assicurare la costante stabilità dell’organizzazione della difesa, creare costanti condizioni sfavorevoli per gli attaccanti in termini di spazio-tempo-numero di calciatori e dirigere lo sviluppo del gioco avversario in zone reputate meno pericolose (dopo aver studiato l’avversario stesso).
Possiamo dunque intuire che la difesa a zona è l’unica che consente di controllare tante importanti variabili, senza dipendere dall’avversario.
L’intenzione di rendere il campo piccolo per conseguire permanente superiorità numerica nelle zone vicine alla palla e, conseguentemente, di provocare una riduzione spazio-temporale dello sviluppo avversario può essere raggiunta solo attraverso un cosciente utilizzo della difesa a zona. Come ottenere tale intenzione?
Quando parliamo di ridurre gli spazi, dobbiamo tenere presente che questa riduzione deve concretizzarsi sia in ampiezza, stringendolo, che in profondità, accordiandolo.
Per ottenere ciò è necessario lo scivolamento dei settori in funzione della palla, curando sempre le distanze tra i singoli componenti dei settori (per garantire squadra stretta) e le distanze intersettoriali (per garantire squadra corta), per garantire un vantaggio numerico nei settori dove è la palla e per favorire le coperture reciproche, vigilando sempre le zone adiacenti al pallone.
Pertanto, il principio di scivolamento è il fondamento essenziale della difesa a zona.
L’aspetto fondamentale dunque sono le linee. Se le linee non si muovono nel modo corretto la squadra non potrà mai essere equilibrata. E’ proprio per questo che i registi principali della fase difensiva sono gli attaccanti. Se essi pressano consentono al resto della squadra di avanzare in modo compatto e ottenere un buon equilibrio.
Le linee, dunque, devono essere sempre intese come unità elastica e compatta.

LA ZONA PRESSING
Quando parliamo di fase difensiva, non possiamo non considerare i concetti di pressione e pressing.
La pressione deve essere esercitata sulla palla, non sui calciatori. La dottrina della “zona” è un metodo che, ad oggi, caratterizza perfettamente l’ideologia tattica chiamata “zona pressing”.
Relazionato con la creazione di superiorità numerica difensiva e con il restringimento degli spazi, oltre alla difesa a zona, vi è il pressing. Al contrario di ciò che si pensa l’intenzione di difendere a zona e di fare pressing sono perfettamente compatibili.
La “rivoluzione tattica” in questo senso fu iniziata dall’Ajax di Rinus Michels e perfezionata da Arrigo Sacchi, il quale incorporò il pressing nella difesa a zona. Il tecnico Italiano creò una zona aggressiva: la zona pressing. Mentre Michels ideò il pressing alto, costante e aggressivo, Sacchi impostò tale tipo di pressione “zonalmente”. L’allenatore olandese, nella sua opera totalvoetbal, ha spiegato come i calciatori della sua squadra, appena perso il possesso della palla, doveva immediatamente approssimarsi all’avversario più vicino alla palla stessa, per pressarlo (marcarlo). Questo doveva succedere con ognuno degli avversari in modo che, quando la palla fosse diretta ad uno di essi, un suo giocatore potesse intercettarla per impostare una nuova fase offensiva. Questo concetto, negli anni 70 in cui tutti marcavano a uomo, rappresentò una rivoluzione tattica. Di conseguenza Michels attribuiva un “avversario limitrofo” con un “avversario pre-determinato”.
Sacchi trasformò questo concetto, eliminando i riferimenti individuali e concependo questa fase di gioco (difensiva e quella di transizione negativa) nella loro acccezione collettiva. Pertanto, fondamentalmente, il concetto di zona è esaltato nel momento in cui il suo ritmo e la sua intenzionalità sono massime. La zona passiva deve essere sostituita con una zona attiva ed aggressiva attraverso la quale si vuole sempre impedire la costruzione del gioco all’avversario.
La zona pressing, però, non deve necessariamente essere applicata in prima istanza. Non è legata ad una impostazione alta del blocco difensivo o alla immediata fase che segue alla perdita della palla. Essa può essere praticata DOVE E QUANDO vuole la squadra. La differenza è rappresentata nell’aggressività e con la unità di squadra con la quale vengono attaccati il possessore di palla e gli spazi limitrofi ad esso.
Infondo il primo obiettivo della fase difensiva di qualunque squadra è quello di recuperare palla. Se l’obiettivo del pressing è recuperare la palla, è necessario costituire un blocco omogeneo e compatto di recupero, strutturandolo in modo zonale. Non si può conseguire il pressing senza ridurre lo spazio al possessore e quello circostante ad esso.
La fase di transizione negativa è quella ideale per introiettare nella squadra un determinato tipo di pensiero difensivo. In questa fase, che consiste in quella che segue immediatamente alla perdita del possesso di palla, i calciatori più vicini ad essa devono immediatamente pressare sulla palla e sugli spazi circostanti per garantire un ottimale posizionamento difensivo da parte degli altri calciatori che accorciano creando un unico blocco corto e compatto. L’obiettivo, dunque, è ridurre lo spazio in funzione della posizione della palla e, se possibile, pressare sulla palla anche e soprattutto per impedire linee di passaggio agli avversari.
Molti studiosi di calcio sostengono che la “zona pressing”, per poter essere applicata, richiede una grande condizione fisica, visto lo sforzo bioenergetico che si crea. In realtà ciò non è vero. Se la zona pressing alta è efficace la squadra accorcia i tempi di non possesso palla e riesce rapidamente a riportarsi nella metà campo avversaria.
E’ vero che la zona pressing richiede sforzo fisico, ma è altrettanto vero che il dispendio mentale-emotivo è maggiore se si è costretti ad attendere lo sviluppo delle azioni offensive avversarie, senza portare subito pressing. Dunque è meglio riposare con il pallone o riposare senza pallone? Una volta applicata la zona pressing ed una volta recuperata la palla, una squadra può riposare con il pallone applicando un giusto possesso palla posizionale.
Di conseguenza è facile intuire che la zona pressing è la forma di difendere più “economica” dal punto di vista bioenergetico.
Al contrario essa è estremamente dispendiosa dal punto di vista centrale, ossia di concentrazione e nervoso.

La zona, per essere efficace, deve richiedere pressing. Più o meno avanzato, ma applicato, sempre. La zona, infatti, non deve mai essere passiva. Dove è posizionata la palla, deve esserci pressing, nelle zone attigue anche e per questo i calciatori devono essere vicini tra loro riducendo lo spazio in relazione alla posizione della palla.
Difendere a zona è più facile che applicare una zona pressing. Vediamo perché.
Difendere a zona, come già spiegato, significa porsi l’obiettivo di accorciare gli spazi in funzione della posizione della palla e di quella dei compagni, sperando nell’errore degli avversari.
Difendere applicando la zona pressing significa applicare un buon gioco posizionale, con una iniziativa ben precisa: intensificare al massimo le difficoltà dell’avversario ed avere l’obiettivo di recuperare la palla il più velocemente possibile.
La differenza, quindi, tra zona e zona pressing è l’aggressività con cui vengono attaccati gli spazi e con cui viene attaccato il possessore di palla avversario con l’obiettivo di apportare una forte riduzione spazio-temporale per indurlo all’errore.
Si tratta di difendere per attaccare!
“Quando parliamo di calcio ad alto livello la difesa a uomo non esiste, la difesa a zona esiste ma non mi convince e la zona pressing è il calcio di oggi e di domani”
[Josè Mourinho]
Solo dopo aver introiettato i macro principi di gioco relativi alla difesa a zona pressing si passa al lato strategico, ossia ai sotto principi ed ai sotto sotto principi.
In questo caso vi è un adattamento al modo di giocare dell’avversario, soprattutto nella fase della loro costruzione del gioco. Impedire agli avversari a costruire efficacemente il gioco è un presupposto strategico fondamentale per applicare una zona pressing efficace. Ad esempio gli scivolamenti difensivi in funzione dello spazio e delle coperture è diverso se due attaccanti della nostra squadra (in un sistema 4-4-2) fronteggiano una difesa schierata con 4 o con 3 uomini. Non cambiano le marcature individuali (concezione a uomo) ma cambia solo il modo di scivolare e di posizionarsi in funzione della palla ed il conseguente modo di impostare le coperture.
Conoscere gli avversari ed il loro modo di giocare è fondamentale. In tal modo, conoscendo punti di forza punti di debolezza ed attitudini varie, è possibile adattare in maniera molto efficace la nostra zona pressing con l’obiettivo di recuperare palla in maniera più rapida e pericolosa, indirizzando gli avversari nelle nostre zone di comodo.
Lo studio deve anche riguardare aspetti attitudinali del gioco avversario. Ad esempio se individuiamo linee di passaggio più frequenti rispetto ad altre, collocare un nostro calciatore che intercetti tali linee di passaggio avversarie può rilevarsi un espediente tattico-strategico fondamentale, sempre in concezione fortemente zonale.
Dunque il lato strategico non deve MAI interferire con i macro principi. Sono i sotto principi ed i sotto sotto principi di gioco a subire delle variazioni in funzione del modo di comportarsi del rivale.

L’IMPORTANZA DI ASSUMERE UNA IDENTITA’ SENZA TRALASCIARE IL RUOLO STRATEGICO
Estremamente legato alla esistenza di un ordine collettivo si esprime la frase “giocare come una squadra” che vuol dire assumere una determinata e riconoscibile identità tattica, senza perderne il carattere di fronte ad un avversario.
Le grandi squadre si caratterizzano per una propria identità forte, caratterizzata da determinati e chiari principi e sotto principi di gioco. L’aspetto più importante di una squadra, dunque, è avere e sviluppare un determinato modello di gioco (composto dai suddetti principi e sotto) che ogni calciatore può e deve interpretare.
Il calcio è uno sport in cui è obbligatorio considerare la presenza degli avversari: il loro modo di agire, i loro punti di forza e di debolezza. Nonostante ciò ogni squadra che vuole raggiungere obiettivi prestigiosi, deve avere una propria identità tattica che esula dall’avversario. Ciò non vuol dire che non ci si debba preoccupare di loro, anzi. Gli avversari vanno studiati affondo per riuscire a captare espedienti tecnico-tattici in grado di annullare i loro punti di forza e di sfruttare quelli di debolezza. Questa operazione, però, deve sempre essere condotta seguendo le linee guida dettate dal nostro modello di gioco.
Quando parliamo di lato strategico e di avversari, dobbiamo fare una chiara distinzione tra gioco difensivo e gioco offensivo. In previsione di un determinato avversario la forma di attaccare può variare (utilizzare un attacco più diretto o sfruttare delle zone anziché altre). Quando, invece, si parla di fase difensiva la squadra deve essere flessibile, ma allo stesso tempo deve curare maggiormente il proprio modo di difendere, senza cercare di snaturarlo troppo, seguendo le linee guida del proprio modello di gioco.
Su questa affermazione occorre comunque fare delle riflessioni. Come Sacchi e Mourinho hanno più volte affermato “analizziamo gli avversari e prevediamo come possono comportarsi contro di noi. Procuriamo posizionamenti specifici in alcune zona più importanti”.
Pep Guardiola, invece, ha sempre sostenuto che ciò che gli interessa veramente è capire come i suoi avversari attaccano le sue squadre, perché a suo avviso l’unica cosa che può essere soggetta a modificazioni dovute a caratteristiche dell’avversario è proprio la fase di difesa organizzata.
Altri allenatori, invece, non vogliono analizzare gli avversari dal punto di vista tattico-strategico perché ritengono che la propria squadra debba sempre preoccuparsi di sviluppare il proprio modello di gioco, indipendentemente da ciò che fanno gli avversari. Questa divergenza di opinioni sullo studio dell’avversario e, di conseguenza, sullo sviluppo della strategia di gara rappresenta a mio avviso uno dei punti più critici della preparazione di una gara.

 

DIFENDERE BENE PER ATTACCARE MEGLIO
Secondo molti allenatori non è possibile vincere una gara o una competizione se la propria squadra non difende bene. Ragionare in questa ottica non vuol dire essere difensivisti, anzi. La prima necessità del calcio resta quella di produrre un gioco propositivo ed offensivo ma, allo stesso tempo, di produrre una ottima organizzazione difensiva. Si tratta, infondo, di sostenere al meglio e con massima efficacia lo sviluppo offensivo di una squadra.
Applicando la “zona pressing” una squadra riesce sempre ad organizzarsi difensivamente in modo efficace per poi avere possibilità migliori di attaccare. Il pressing, presupposto fondamentale per recuperare palla velocemente e quindi per garantire un miglior attacco, deve essere sempre aggressivo ed applicato con tutto il collettivo e non in forma gruppale. Ed è proprio per questo che il calcio offensivo è beneficiato dall’utilizzo della zona pressing.
Fu proprio Arrigo Sacchi che, in Italia, teorizzò ed applicò questo concetto tattico. Il suo Milan voleva avere sempre il possesso della palla per sviluppare le sue trame offensive. Il mezzo per garantirsi questo obiettivo era l’applicazione di una zona pressing molto aggressiva. La principale preoccupazione che deve animare un allenatore è quella di garantirsi il possesso di palla per poi sviluppare il proprio gioco offensivo. Le partite iniziano tutte sullo 0-0 e dunque, per vincere, occorre praticare un calcio offensivo di qualità. Il mezzo tecnico-tattico difensivo per garantirsi questa possibilità è l’applicazione di un pressing aggressivo e zonale.
Possiamo dunque affermare che si difende per attaccare, infatti l’organizzazione difensiva di una squadra parte sempre dall’organizzazione offensiva. Siccome il calcio è uno sport che richiede estrema congruenza tra le fasi di attacco e difesa bisogna costruire un modello di gioco coerente che consenta di sviluppare in modo simile e proporzionale tutte le fasi di gioco, senza stravolgimenti netti.
Per attaccare, infatti, è necessario creare un insieme di situazioni di gioco che prevedano una volontà di raggiungere superiorità numerica nelle zone del campo dove l’azione si sviluppa per poi proseguirla in diversa maniera. Anche le situazioni difensive, come abbiamo più volte sottolineato, devono prevedere una zona pressing in cui l’obiettivo è creare linee corte e strette (settoriali ed intersettoriali) per raggiungere una superiorità numerica in zona palla. Pertanto quando una squadra attacca deve già essere preparata, dal punto di vista organizzativo, per gestire il momento in cui la perde.
Questi presupposti mettono in evidenza l’importanza delle fase di transizione, soprattutto quella negativa. Lo sviluppo corretto di questa fase di gioco è un presupposto fondamentale per le squadre che aspirano ai massimi livelli.
Una squadra che, ad esempio, ha l’obiettivo di attaccare con un buon numero di calciatori ha il dovere di impostare una transizione negativa forte, aggressiva e sicura. La reazione post-perdita della palla deve essere forte e prevedere una struttura posizionale (blocco arretrato che conferisce equilibrio e che cura le coperture preventive) ed un blocco mobile (blocco avanzato) che cerca immediatamente la riconquista.
Una squadra non deve mai perdere l’ambizione di vincere e dunque quella di tenere il pallone. Allo stesso tempo, però, deve sviluppare una fase offensiva composta da linee di gioco coerenti e sicure che consentano di mantenere un ottimo equilibrio posizionale senza mai perdere il controllo dello spazio, garantendosi sempre la possibilità di impostare una transizione negativa efficace ed aggressiva.
Questi principi spiegano chiaramente la relazione che deve esistere tra le due principali fasi di gioco. Le transizioni servono a legare alla perfezione le fasi di possesso e non possesso, in modo da esprimere sempre una coerente organizzazione tattica.
Pertanto l’aspetto fondamentale che consente di mantenere un equilibrio difensivo è l’equilibrio posizionale, cioè una occupazione giusta ed intelligente degli spazi durante la fase offensiva che consenta una reazione rapida ed efficace nel momento (inevitabile) in cui la palla viene persa. Pertanto, ponendo in enfasi le transizioni (soprattutto negativa), l’organizzazione collettiva è più accentuata.
Sulla base di queste affermazioni, consideriamo che la questione dell’equilibrio difensivo nell’attacco è un ragionamento di tipo zonale. Solo se la gestione degli spazi nelle due fasi è ottimale la nostra squadra riuscirà a svolgere con efficacia le transizioni, soprattutto quella negativa.
Dunque l’organizzazione difensiva può e deve essere concepita in funzione di come si vuole attaccare. Non solo definendo la zona dove si vuole recuperare la palla, ma configurando la propria organizzazione strutturale offensiva in questa direzione.
La scelta dei principi e sotto principi di gioco non dipende solo dal modello di gioco ma anche dalle caratteristiche dei calciatori. Ad esempio in un sistema 4-3-3, avere una punta molto forte fisicamente e poco rapida che attacca la profondità, obbliga la squadra ad adottare un pressing più offensivo, perché le capacità di questo calciatore non consentono rapidità nel posizionamento in fase di transizione negativa. Per contro, nel caso in cui quella posizione fosse occupata da un calciatore con caratteristiche opposte, sarebbe meglio non pressare troppo avanti, creando un po’ di spazio per l’accelerazione di questi calciatori, subendo magari qualcosa in più in fase di ripiegamento.
In quanto a calibrare la struttura difensiva della squadra, si tratta, anche qui, di conseguire un equilibrio posizionale, articolandola in funzione di come si desidera eseguire la transizione positiva. Pertanto penso che sarà ugualmente significativo parlare di equilibrio offensivo nella fase difensiva.
Possiamo dunque affermare che l’applicazione di una difesa zonale e della zona pressing favorisce equilibrio in tutte le fasi di gioco, cosa che un sistema difensivo basato sulle marcature a uomo ed individuali non può garantire.

 

L’INTEREZZA INDIVISIBILE DEL GIOCO
Come abbiamo già detto, quanto più si ha l’intenzione di giocare un calcio offensivo tanto più si deve potenziare lo sviluppo difensivo. Per me è necessario che le fasi di gioco si sostengano a vicenda, soprattutto per rispettare la complessità sistemica di uno sport come il calcio.
Una squadra di calcio è un sistema dinamico che vive della sua organizzazione nei vari momenti del gioco. L’obiettivo di ogni team è vincere, ciò può essere raggiunto, in una competizione lunga, attraverso una impostazione offensiva della squadra. Tale impostazione offensiva, però, deve necessariamente essere sostenuta dallo sviluppo di una buona fase difensiva. Difendere bene non vuol dire difendere tanto. Vuol dire essere efficaci al massimo in fase di non possesso e quindi di ridurre al minimo il tempo di questa fase per garantirsi il più possibile il possesso della palla per poter attaccare. Dunque difendere bene per attaccare meglio.
Non basta. Fase offensiva e fase difensiva sono momenti estremamente relazionati.
Il gioco, infatti, non può essere concepito come un insieme di elementi o di fasi, è infatti impossibile dire se è più importante difendere bene o attaccare bene perché questi due momenti/fasi non possono essere dissociate.
Fondamentalmente credo che un modello di gioco, per essere coeso solido ed efficace, deve essere concepito come un “tutto”. La strutturazione dei macro principi e dei sotto principi di gioco deve essere assolutamente congruente tra le varie fasi di gioco.
Il gioco è un fenomeno costruito, non naturale. Pertanto qualunque partita richiede attaccare, difendere e svolgere le transizioni. La questione sta nel sapere quale è l’adeguamento di questa costruzione alla realtà, alle reali esigenze di una partita. Cioè una partita è un “continuum” di azioni, è fluida nel passaggio da una fase all’altra. Questa fluidità può essere controllata se si prende coscienza che vi è la necessità di costruire in maniera coerente e congruente tutte le parti del “nostro modo di giocare”, del modello di gioco, articolandolo in funzione del tutto. Solo in questo modo possiamo realmente assicurare una determinata identità ed organizzazione tattica alla nostra squadra. Pertanto è necessario intendere il gioco nella sua complessità.
La grande capacità dei migliori allenatori è quella di concepire ed organizzare le parti del gioco senza perdere di vista la globalità del gioco stesso.

 

L’IMPORTANZA DELLE TRANSIZIONI
L’intima relazione tra le fasi di gioco costringe un allenatore a pensare una costante evoluzione del gioco. Non si parlerà di attacco e difesa, dunque, ma dei momenti di attacco-difesa-attacco-difesa. Sulla base di questa affermazione urge discutere dell’importanza dei momenti di transizione, fondamentali per conferire equilibrio e per essere propositivi e pericolosi.
Come abbiamo già detto nei precedenti capitoli, le transizioni legano le due principali fasi di gioco. Più sono rapide più sono efficaci. Le transizioni stesse devono essere molto congruenti con lo sviluppo del gioco ed infatti l’esecuzione delle stesse manifesta l’idea dell’allenatore circa principi e sotto principi di gioco generali.
Secondo molti allenatori di livello, le migliori squadre sono quelle che dominano i momenti delle transizioni, assicurandosi in tal modo una forte organizzazione tattica.
Rispondere rapidamente ed efficacemente ai momenti del gioco (possesso palla e non possesso palla) diminuendo il tempo che intervalla le due principali fasi di gioco rappresenta il segreto del gioco attuale.
Possiamo affermare che, nel calcio moderno, i due momenti più importanti del gioco sono il momento in cui si perde la palla (inizio transizione negativa) ed il momento in cui essa si conquista (inizio transizione positiva).
Soprattutto in fase difensiva, il momento chiave per difendersi bene e per applicare la zona pressing è proprio il momento di transizione negativa, quello che segue immediatamente la perdita della palla. Esso rappresenta sicuramente il momento più critico della organizzazione difensiva.
La zona presuppone molti vantaggi anche in transizione positiva. Difendere a zona e non a uomo consente una fluidità massima nelle ripartenze, proprio perché i calciatori sono già naturalmente posizionati dal punto di vista tattico.
I momenti delle transizioni, dunque, sono fondamentali per garantire fluidità di gioco e soprattutto equilibrio. Gli equilibri sono fondamentali. Quando si è in possesso di palla si deve già pensare difensivamente al gioco, sfruttando sempre un ottimo gioco posizionale che consente alla squadra di trovarsi sempre preparata ad affrontare un possibile cambio di fase. Allo stesso tempo, quando non si è in possesso si deve già pensare offensivamente al gioco, preparandosi posizionalmente al momento della riconquista.
L’applicazione della difesa a zona e, più precisamente, della zona pressing è l’unico modo attraverso il quale è possibile impostare delle transizioni negative efficaci.
Il gioco del calcio deve essere ragionato in una ottica realistica e non visionaria. Pertanto perdere la palla è un fenomeno inevitabile al quale bisogna necessariamente prepararsi con principi e sotto principi di gioco chiari. In questo senso, parlando di transizione negativa, il posizionamento dei calciatori è fondamentale.
L’obiettivo di un allenatore deve essere quello di costruire una fase di gioco offensiva in cui partecipino molti calciatori ma che, allo stesso tempo, aggiustino ed adattino continuamente i loro comportamenti e posizioni per consentire alla squadra di conservare equilibrio. Equilibrio che sarà decisivo per riconquistare la palla dopo che ne è stato perso il possesso. Attaccare bene per difendere meglio (e viceversa).
Il corretto posizionamento, dunque, è alla base di ogni organizzazione tattica ed equilibrio (anche e soprattutto per questo viene utilizzato il termine “zonale”).
Per posizionamento non intendiamo uno scaglionamento in forma astratta bensì in forma sistemica. E’ importante, in fase offensiva, accorciare le distanze tra i calciatori, in modo da essere immediatamente equilibrati per gestire una eventuale fase post-conquista. L’equilibrio posizionale, dunque, assicura la permanente gestione collettiva dello spazio e del tempo di gioco, per dominare al meglio i momenti delle transizioni. Ogni squadra non deve mai rinunciare alla sua fase offensiva e non deve mai limitare la creatività dei calciatori, che può portare alla perdita della palla. Pertanto in questa fase la squadra non deve mai perdere il controllo razionale dello spazio. Quanto più offensiva sarà una squadra tanto più dovrà difendere bene, soprattutto nel momento della transizione negativa.
Abbiamo dimostrato l’idea che quando la squadra attacca o difende non sta solo attaccando o difendendo. Per questo possiamo dire che “attaccare contemplando la possibilità di perdere palla” implica una crescita culturale della squadra e dei calciatori in quanto si sviluppa non solo il “saper fare” ma una “consapevolezza relativa rispetto al saper fare”.

 

DAL “NON AVERE LA PALLA” A “TENERE LA PALLA”
Un primo aspetto fondamentale per intendere correttamente il “momento difensivo” ,in funzione di quello offensivo, va unito alla definizione della/e zona/e dove si vuole recuperare la palla. Questa decisione deve essere analizzata tanto in funzione del modello di gioco offensivo (difendere bene per attaccare meglio) e tanto in funzione delle caratteristiche dei calciatori. Stiamo dunque parlando di concepire una matrice di gioco.
Proseguendo con questo ragionamento, ad esempio, ha senso per una squadra voler recuperare la palla nella metà campo offensivo quando il modello di gioco offensivo prevede un attacco posizionale. Come già abbiamo sottolineato ripetutamente, deve esistere massima congruenza e conseguenzialità tra le due fasi di gioco, per evitare di incorrere in problemi di organizzazione tattica.
–Ad esempio: se una squadra sviluppa la sua fase offensiva attraverso un attacco posizionale, e successivamente imposta una transizione negativa con l’obiettivo di ripiegare in zona media alzando il blocco difensivo, si troverà in una situazione di mezzo con tanti (troppi) metri da coprire sia in avanti che all’indietro, riscontrando più rischi che benefici.
–Altro esempio di incongruenza tra le fasi di gioco si verifica quando una squadra, nella sua fase difensiva, vuole chiudere gli spazi senza applicare una zona pressing molto aggressiva. Se vogliamo essere una squadra di attacco, bisogna provocare l’errore e non aspettarlo. L’unico modo per fare ciò è applicare la zona pressing in determinate zone dove per noi sarà più facile recuperare la palla, accorciando gli spazi settoriali ed intersettoriali ed obbligando gli avversari a sbagliare.
—Un esempio, invece, di estrema congruenza lo ritroviamo nel Porto di Mourinho.
La squadra portoghese, a suo tempo, aveva l’obiettivo in fase difensiva di occupare il corridoio centrale impostando un blocco difensivo alto ed una linea di centrocampo molto vicina ad esso e molto stretta (campo piccolo) con il chiaro obiettivo di indirizzare i calciatori avversari nei corridoi laterali. Proprio in questa zona si verificava una chiara e forte riduzione degli spazi ed una aggressione massima con l’obiettivo di recuperare palla. La congruenza stava nel fatto che, una volta recuperata palla, i portoghesi avevano l’obiettivo di effettuare una transizione negativa con rifinitura proprio nei corridoi laterali. Bastava dunque la riconquista collettiva della palla ed un successivo passaggio diretto per compiere la transizione positiva, congruente con i macro principi di gioco difensivi.
La scelta delle zone dove si vuole recuperare la palla deve ovviamente essere valutata anche in funzione delle caratteristiche dei calciatori, principalmente mentali. Ad esempio possedere calciatori offensivi con capacità di concentrazione e sacrificio è il pass fondamentale per applicare un pressing offensivo ed efficace, viceversa l’allenatore dovrà considerare un altro sviluppo del modello di gioco difensivo.
Le caratteristiche dei calciatori, dunque, sono fondamentali nella scelta dei sotto principi e sotto sotto principi di gioco.
Pertanto una squadra che ha l’obiettivo di attaccare sempre, di tenere il possesso palla e di avere l’iniziativa del gioco, deve essere sempre ben posizionata (anche e soprattutto per prepararsi alle transizioni negative e positive). Questo è possibile ottenerlo solo difendendo a zona.

 

 

Bibliografia:

Defensa en zona, Nuno Amieiro    MC Sports, Spagna, 2007



Categorie:Metodologie, Tattica

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